di Sergio Giuntini
Il bel libro di Matteo Marani su Arpad Weisz (“Dallo scudetto ad Auschwitz. Vita e morte di Arpad Weiz, allenatore ebreo”, 2007) ha fatto scuola aprendo gli occhi anche del calcio italiano sulla Shoah. La “Tempesta devastante” che dal 1933 al 1945 sconvolse l’Europa, provocando circa 6 milioni di vittime tra chi aveva l’unica colpa di essere ebreo. E oggi a quel saggio pionieristico si è aggiunto uno spettacolo di Gianfelice Facchetti (“Arpad Weisz – Se il razzismo entra in campo”), che porta a teatro la vicenda dolorosa dell’allenatore ebreo-ungherese dell’Ambrosiana-Inter al quale si deve il debutto in prima squadra di Giuseppe Meazza. Ma è sufficiente andare un po’ in profondità per scoprire quanto la Shoah abbia colpito a fondo il calcio tutto e, in un più recente articolo del 15 dicembre 2024 (“Mister” Oppenheim. L’allenatore del Milan che morì in un lager”), il giornalista del “Corriere della Sera” Alessandro Fulloni ha fatto luce sul caso, analogo a quello di Weisz, dell’ebreo Heinrich Oppenheim, nato in Austria il 31 maggio 1889, che allenò il Milan dal 1922 al 1924 e chiuse anch’egli la sua vita in un campo di sterminio nazista. Qui vogliamo riportare alla memoria un’altra storia, meno nota delle due citate e il cui protagonista fu, secondo le categorie introdotte da Primo Levi, un “salvato”. Una storia che non finisce in prima pagina, ma forse proprio per questo risulta anche più paradigmatica interessando un cittadino italiano bersaglio delle leggi razziali introdotte dal fascismo nel 1938. Ci si riferisce a Riccardo Luzzati, un autentico “Carneade” per gli annali ufficiali del calcio. Nato a Trino Vercellese il 14 maggio 1873 da Emanuele Tobia e Rachele sacerdote, Riccardo condusse gli studi superiori al Liceo classico “Massimo D’Azeglio” di Torino (la “culla” della Juventus nel 1897) e si laureò in Ingegneria al Politecnico di quella città nel 1896. Trasferitosi nel 1897 in Ungheria vi lavorò quattro anni nell’azienda “Ganz & C.” di Budapest quale addetto all’ufficio studi e alla progettazione di macchinari. L’Ungheria, col suo stile di gioco, era una nazione-guida del football europeo e assai probabilmente proprio lì s’appassionò a questo sport. Rientrato in Italia, a Milano Luzzati militò pertanto nel squadra del Football Club Studenti Ingegneri di cui facevano parte i due fratelli Piero e Alberto Pirelli, soci-fondatori del Milan, Ermolli, Parodi, Perego, Viganò, Neef, Gavazzi, Venosta, Galli, Galimberti, Scotti, e poi nella Società per l’Educazione Fisica “Mediolanum”. Un sodalizio ginnico che aveva acceso una sua sezione calcistica il 15 maggio 1898. A questo proposito “La Gazzetta dello Sport”, nella sua edizione del 28 febbraio 1902, riporta un elenco dei giocatori iscritti dalla “Mediolanum” al campionato della Federazione Italiana del Football (FIF) – l’antenata della FIGC – di quell’anno, in cui accanto ai vari Umberto Meazza (primo Commissario tecnico della nazionale di calcio nell’incontro milanese del 15 maggio 1910), Luigi Bosisio (primo Presidente della FIGC nel 1908), Mario e Leopoldo Ghinelli, Agostino Recalcati, Giovanni e Maurizio Massarani, Ferdinando Formenti, Armando Cremonesi, Attilio Pirovano, Carlo Della Lunga, Ugo Rietmann, Armando Cremonesi, ecc. compare Riccardo Luzzati. Di più, Luzzati si distinse particolarmente nella “Medaglia del Re”: un Trofeo messo in palio dalla Società di Mutuo Soccorso “Esercito” che aveva devoluto a tale scopo le 400 Lire donate da Umberto I per i festeggiamenti del suo ventennale. Nei quarti di finale, il 9 febbraio 1902, di questo importante torneo (cui parteciparono tra le altre Genoa, Andrea Doria, Football Club Torinese), a fronte della pesante sconfitta per 9-1 subita col Milan, Luzzati realizzò l’unico gol della “bandiera” messo a segno dalla “Mediolanum”. Una prodezza che si può pensare agevolò il suo passaggio appunto al Milan Cricket and Football Club. Rossoneri con i quali (i trasferimenti dei calciatori allora – quasi come oggi, vien da soggiungere – erano sempre aperti) giocò nella squadra riserve debuttandovi, il 16 marzo 1902, nell’incontro amichevole con l’Andrea Doria terminato 0-0. Chiusa la parentesi calcistica, il 13 luglio 1902 Riccardo convolò a nozze con Ines Jarach da cui ebbe due figlie (Evelina ed Emma) e nel 1903 andò a vivere a Varese da direttore della Società Prealpina Imprese Elettriche e in seguito della Società Varesina Elettricità. Delle esperienze professionali che lo portarono a divenire un dirigente della Società Anonima Ferrovie Nord. Il 6 marzo 1926 Luzzati, per iniziativa del suo personale dipendente (era intanto assurto alla carica di Direttore generale e Consigliere delegato delle Ferrovie Nord), fu iscritto “ad honorem” al Partito Nazionale Fascista (PNF), e nel 1935 venne nominato Vice-presidente della Federazione Nazionale Fascista degli esercenti Imprese Ferrotranviarie. Una carriera di grandi soddisfazioni che gli spalancò le porte della Camera dei deputati, venendovi eletto il 25 marzo 1934. Politicamente doveva quindi apparire al regime perfettamente in linea con le sue direttive, eppure ciò non significò nulla quando entrò in vigore l’odiosa legislazione razziale. Da ebreo fu cacciato dal Parlamento e dimesso dalle Ferrovie Nord di cui, giusto nel 1938, aveva assunto la presidenza. Per inciso, l’ordine di servizio n. 7-1938 fu l’unico firmato da Luzzati nel suo nuovo ruolo di Presidente delle Nord. La condizione agiata e le relazioni che aveva coltivato professionalmente gli consentirono di fuggire in Svizzera per tempo, fin dal 20 settembre 1943, sconfinando a Stabio, in Canton Ticino, e successivamente finendo nel campo di raccolta di Sirnach, in Turgovia, dove già si trovavano la moglie e la figlia Emma col marito Enzo Misrachi e i nipoti Luciana, Silvia, Riccardo. Molto più fortunato di altri, Luzzati poté così rimpatriare coi suoi familiari il 17 luglio 1945 tornando a presiedere, dall’ottobre 1947, le Ferrovie Nord. La Shoah l’aveva risparmiato, ma le sofferenze morali ancor più che fisiche cui era stato sottoposto l’avevano profondamente logorato e l’ex calciatore ebreo del Milan si spense a Milano, in cui risiedeva in via Marenco, l’11 novembre 1947.









