di Raffaele Ciccarelli
È singolare come a volte il destino intrecci le cose umane con quelle sportive, a poche ore dalla chiusura del mondiale che ha visto la Spagna diventare regina del mondo, il calcio deve dire addio a Kevin Keegan. Singolare, anche, che debba farlo all’indomani di un mondiale che, al netto delle recriminazioni, ha visto l’Inghilterra raggiungere il suo risultato migliore nella competizione dopo sessant’anni, conquistando il podio con il terzo posto. Kevin Keegan, nato a Armthorpe, un paese del South Yorkshire, in Inghilterra, negli anni tra i Settanta e gli Ottanta del secolo scorso è stato una vera icona del calcio britannico, tanto da meritarsi l’appellativo di King, di re. Attaccante piccolo fisicamente, univa una notevole velocità a ottime doti tecniche, tanto da poterlo considerare nella categoria, oggi un po’ in sordina, dei fantasisti. Portato a Liverpool da quello scopritore di talenti che fu Bill Shankly, ripagò subito il suo mentore contribuendo, nelle sette stagioni vissute con la maglia dei Reds, alla conquista di tre campionati inglesi, di una FA Cup, di due Coppe Uefa ma, soprattutto, della Coppa dei Campioni nella stagione 1976/1977. Erano anni in cui il calcio inglese iniziava il suo dominio in Europa, l’unico precedente era stato la vittoria del Manchester United nel 1968, e quella seconda vittoria diede inizio a un ciclo che vide le squadre d’Albione conquistare il trofeo sei volte nei successivi anni. Una finale con protagonista anche un po’ d’Italia, poiché quella partita si disputò all’Olimpico di Roma, avversari i tedeschi del Borussia Moenchengladbach, superati per tre a uno, con protagonista Keegan, anche se non entrò nel tabellino dei marcatori.

Dopo quei successi, chiese di essere ceduto in Germania Ovest, all’Amburgo, e lì continuò a scrivere la sua leggenda, contribuendo alla conquista della Bundesliga nella stagione 1978/1979, continuando a mettersi in mostra anche in campo internazionale, con l’assegnazione di due Palloni d’Oro che lo certificarono come miglior giocatore del continente. Singolare il suo rapporto con la nazionale dei Tre Leoni, di cui pure fu un pilastro: negli anni in cui il calcio inglese spadroneggiava in Europa, la nazionale britannica non si qualificava per nessuna competizione importante, partecipando solo all’Europeo del 1980, e qui ci fu un altro intreccio con il Bel Paese. Quegli europei si disputavano, infatti, in Italia, non solo, l’Inghilterra figurava nel girone dell’Italia, e lì ci fu uno dei tanti colpi di genio di Enzo Bearzot: egli, infatti, affidò la marcatura di Keegan, l’avversario più pericoloso, a Marco Tardelli che non solo lo annullò, ma andò anche a segnare il gol che valse la vittoria, facendo le prove generali del mitico urlo spagnolo di due anni dopo. Ritornato in patria dopo gli anni tedeschi, spese gli ultimi spiccioli di carriera tra Southampton e Newcastle, senza vincere titoli ma con un buon contributo di gol, che avrebbe portato il totale a 253 reti nei club, cui vanno aggiunti i ventuno con la maglia della Nazionale. Con i Magpies iniziò la sua carriera di allenatore, che lo avrebbe portato a conquistare tre promozioni nella massima serie inglese, con lo stesso Newcastle, con il Fulham e con il Manchester City, con un anno alla guida anche della Nazionale, con cui venne eliminato al primo turno nel campionato europeo del 2000. Un mito, una leggenda del calcio che, per l’importanza che ha avuto nel Liverpool, è ricordato anche come il Quinto Beatle.

Foto da Wikipedia









