di Raffaele Ciccarelli
Il calcio che viviamo oggi, in Italia e nel mondo, è un calcio molto diverso da quello dei primordi, alla organizzazione capillare odierna all’epoca si contrapponevano approssimazione e caos, le regole venivano scritte di volta in volta, e spesso adattate alle varie situazioni di comodo.
Di campionato con le regole attuali nemmeno a parlarne, primeggiavano soprattutto tornei fatti di sfide dirette, a eliminazione, tanto che in Inghilterra, che vanta la primogenitura in fatto di regolamentazione del giuoco, a nascere per prima fu proprio la coppa nazionale, la FA Cup, nel 1871, e solo nel 1888 fu istituita la First Division, che più o meno cent’anni dopo sarebbe diventata Premier League.
In Italia il primo campionato, sempre con la formula con partite a eliminazione diretta, fu disputato nel 1898, ma già si giocavano i tornei della Federazione Ginnastica Nazionale Italiana, che aveva inglobato la nuova disciplina sportiva.

Il primo si giocò nel 1896, fu vinto dalla Società Udinese di Ginnastica e Scherma sconfiggendo in finale la Palestra Ginnastica Ferrara per cui, se vogliamo, i friulani potrebbero essere considerati i primi Campioni d’Italia del calcio.
Quel torneo sarebbe stato disputato per quattordici edizioni fino all’ultima del 1913, anche in concomitanza con i campionati organizzati dalla Fif (Federazione Italiana Football), poi Figc, e avrebbe visto la vittoria del Milan per cinque edizioni.
La disputa di tornei importanti in concomitanza del campionato non è l’unica anomalia di quegli anni.
Dal 1903 fino al 1909 si giocò la Palla Dapples, un trofeo messo in palio da Henri Dapples, ex giocatore e dirigente del Genoa. Un trofeo tutto particolare: lo sfidante del vincitore non era selezionato attraverso gare eliminatorie, ma semplicemente presentando una lettera di sfida prima del termine della finale, con vere proprie corse alla consegna della fatidica missiva, cosa che probabilmente costituiva la vera gara, più della partita stessa.
Una formula bizzarra, che permette di capire i tempi, per un trofeo che aveva assunto la sua importanza, e che nei sette anni, e quarantotto finali, vide vittoriosi nomi illustri del calcio dell’epoca, dal Milan (23 volte) al Genoa (13), dal Torino (5) alla Pro Vercelli (3), e poi Juventus (2), US Milanese (1) e Andrea Doria (1).
Per dare un quadro dell’epoca bisogna poi citare la Coppa Federale, torneo che si svolse nella stagione 1915/1916 in sostituzione del campionato, sospeso per la guerra. Fu riservato alle sole squadre del Nord Italia, curiosamente quelle più coinvolte nella Prima guerra mondiale, e vide la vittoria del Milan sulla Juventus nel girone finale composto anche da Modena, Genoa e Casale.
C’è da considerare una particolarità nell’ipertrofico movimento calcistico dell’epoca, tra i tanti tornei e le tante partite che si giocavano, cui oggi siamo più che abituati, ma che all’epoca non esisteva: la sostituzione.
Le squadre, infatti, erano formate solo dagli undici giocatori che scendevano in campo, in nessun caso era prevista la sostituzione di un calciatore a gara iniziata.
Era perciò frequente, considerati campi e attrezzature dell’epoca, oltre alla quasi totale mancanza di allenamento e a un tipo di gioco molto rude, che molte gare finissero con giocatori infortunati costretti a restare in campo, solitamente relegati all’ala, ruolo più marginale rispetto al vivo del gioco.

Dovevano passare anni prima che iniziassero a poter scendere in campo, durante una partita, i cosiddetti “panchinari”, è nel 1958 che inizia a essere consentita una sostituzione, ma solo in caso d’infortunio. Regola che, tra l’altro, non era accettata dappertutto a livello internazionale e non dalla Fifa, emblematico, al mondiale in Inghilterra nel 1966, l’infortunio di Giacomo Bulgarelli contro la Corea del Nord, con l’Italia in dieci per quasi un’ora di gioco proprio perché non erano consentite sostituzioni.
In Italia dal 1965 si poteva sostituire il portiere, dalla stagione 1968/1969 anche un giocatore di movimento, a livello internazionale al mondiale del 1970 fu possibile portare cinque giocatori di riserva in panchina per due sostituzioni possibili, e non a caso qui nacque la famigerata “staffetta” Mazzola-Rivera.
Di mutazione in mutazione si è giunti alle cinque sostituzioni attuali e ai quindici giocatori in panca, che con le tante partite che propongono i moderni calendari, finiscono comunque per giocare, poco o tanto che sia, ma all’epoca non era così, spesso i giocatori di riserva languivano in panchina, vedendo il campo quasi mai.

Era, per la verità, un problema questo non solo del calcio degli anni Cinquanta e Sessanta, ma proprio dalle sue origini, perché chiaramente le squadre erano composte da più di undici giocatori.
Così si pose subito il problema di far giocare quelli che non erano i titolari, si pensò di creare un campionato apposito, e fu così che nel 1904 prese il via la Seconda Categoria, pensata appunto per far giocare le seconde linee delle squadre di Prima Categoria, ma poi aperto anche a quelle società provinciali che non avevano possibilità di partecipare al massimo campionato.
Non era prevista la promozione per la vincente, ma era consuetudine proporre l’iscrizione di una prima squadra al campionato superiore a quest’ultima, che aveva dimostrato di avere i mezzi tecnici per essere competitiva.

Erano quelli, come abbiamo scritto, anni turbolenti, non c’erano regole certe né tornei definiti nei loro formati, per cui presto si posero due problemi: il primo fu quello dei giocatori stranieri, risolto creando un alternativo Campionato Federale, giocato negli anni 1908 e 1909, cui potevano partecipare tutti, anticipando in qualche modo lo scisma che ci fu nella stagione 1921/1922; il secondo fu l’aumentato numero di squadre partecipanti, problema che si risolse in seguito all’approvazione del Progetto Valvassori- Faroppa (1912), che vide l’istituzione del Campionato Riserve cui partecipavano le sole società di Prima Categoria, mentre la Seconda Categoria divenne Promozione e riservata alle sole società minori.
Facendo un piccolo passo indietro, l’Albo d’Oro del campionato di Seconda Categoria aveva visto prevalere due volte a testa Milan II e Pero Vercelli II, il numero romano indicava appunto la seconda squadra, mentre la Pro Vercelli (all’epoca all’esordio come squadra minore) vanta anche la vittoria nel 1908, con l’invito, accolto, a partecipare alla Prima Categoria la stagione successiva, quando vinsero il primo dei sette campionati della loro storia.
Il Campionato Riserve partì in maniera abbastanza farraginosa, dal 1913 con edizioni che non si conclusero, con solo quella della stagione 1920/1921 che si riuscì a completare con la vittoria ancora della Pro Vercelli.

Con l’avvento del fascismo il Campionato Riserve fu inizialmente sospeso, poi per quattro stagioni, dal 1930/1931 al 1933/1934, le seconde squadre furono ammesse ai campionati minori senza possibilità di promozione. L’ultima edizione del Campionato Riserve, che tra sospensioni e ripristini aveva visto primeggiare due volte il Torino, poi Milano, Ambrosiana Inter, Fiorentina, fu appannaggio della Lazio nella stagione 1952/1953.
La conclusione della storia ci fu con l’istituzione del Campionato Cadetti, a partire dalla stagione 1954/1955. A questo partecipavano obbligatoriamente le società di Serie A e Serie B, che potevano schierare fino a tre giocatori che avevano partecipato alla gara della prima squadra della domenica precedente. Il torneo ebbe vita breve, solo cinque edizioni furono completate, con le vittorie di Lanerossi Vicenza, Lazio, due volte il Milan e la Fiorentina, poi, dopo tre non completate, nel 1961/1962 fu definitivamente soppresso.
Questa lunga, e tormentata storia, finisce qui, l’istituzione del campionato Primavera, nel 1962/1963, la modifica sostanziale del calcio nelle sue dinamiche, ha portato a essere inutile un campionato pensato per le riserve, resta un pezzo di storia dimenticata ma che, pure nel suo piccolo, ha contribuito al calcio attuale.










