di Raffaele Ciccarelli

Viviamo in un tempo in cui la dea Eupalla ha evidentemente deciso di far trascendere al suo empireo le leggende del calcio, trasformandole in miti, rendendo ancora più triste il nostro presente di appassionati terreni, ma anche riempiendoci di malinconia e, in fondo, di gioia, per quanto questi miti hanno saputo regalarci. Sandro Mazzola ha vissuto in neroazzurro tutta la sua vita calcistica, in campo e fuori i suoi colori sono state le strisce nere azzurre della maglia dell’Inter, contribuendo a far nascere e consolidare il prestigio nazionale e internazionale della sua squadra. Mazzola aveva già ascendenze nel mito di questo sport, figlio di quel Valentino Mazzola che aveva a sua volta incarnato l’anima del Grande Torino: un destino nel calcio, in pratica, scritto nel proprio genoma, e che proprio in Sandro vide la continuazione paterna sui campi di tutto il mondo. In neroazzurro dalle giovanili, esordì in prima squadra alla maniera dei predestinati, nel 1961, quando Angelo Moratti per protesta, impose a Helenio Herrera di mandare in campo contro la Juventus la squadra ragazzi: la sconfitta fu, ovviamente, sonora, ma Mazzola ebbe comunque il modo di lasciare il segno, realizzando l’unico gol per i suoi. Da quel momento la sua carriera fu in crescendo, nato mediano Herrera ne sfruttò le grandi doti tecniche avvicinandolo alla porta avversaria come interno trequartista, la mezzala offensiva di una volta che oggi sta riacquistando la sua importanza strategica. La vittoria dello scudetto venne presto, nella stagione 1962/1963, con esso la possibilità di partecipare, unico modo all’epoca, alla Coppa dei Campioni. Questa era ancora abbastanza giovane, si disputava in quell’anno la nona edizione, all’egemonia del Real Madrid era succeduto il Benfica, e l’anno prima era toccato agli amati/odiati cugini del Milan. Dopo aver man mano eliminato squadre del valore di Everton, Monaco, Partizan Belgrado e Borussia Dortmund, il trionfo venne in finale, al Prater di Vienna, proprio contro gli spagnoli, con doppietta decisiva di Mazzola. Il bis l’anno successivo, stavolta lo scenario era quello di casa di San Siro e l’avversario sconfitto fu il Benfica. Il talento del giovane interista non sfuggì alla chiamata della Nazionale, in azzurro sarebbe stato protagonista nel bene e nel male, in qualche caso anche suo malgrado. Era in campo a Middlesborough nel 1966 quando “Corea” divenne sinonimo di vergogna calcistica; era in campo due anni dopo a Roma, nella ripetizione della finale dell’Europeo contro la Jugoslavia, con una vittoria che parzialmente riscattava la figuraccia di due anni prima; era in campo a metà ai mondiali messicani del 1970, quando solo il Brasile, in finale, fermò la corsa dell’Italia. Non le polemiche, però, perché intanto il CT Ferruccio Valcareggi si era inventato la famosa, o famigerata, staffetta in cui alternava in campo Mazzola e Gianni Rivera, simbolo della Milano rossonera, con diatribe che montarono a dismisura dopo la sconfitta in finale. L’avventura in azzurro si sarebbe, poi, conclusa ai mondiali tedeschi del 1974, anche questa in maniera ingloriosa, con gli Azzurri eliminati al primo turno. Mazzola con il suo “interismo” chiuse il suo palmares con la vittoria dello scudetto nella stagione 1970/1971, il quarto personale, alla fine del mondiale tedesco appesa anche gli scarpini al chiodo, ma non si tolse la maglia nerazzurra, continuando a indossarla nel ruolo di dirigente, dividendola, nel suo nuovo ruolo, con i colori del Torino, la maglia della gloria paterna. Mazzola ha rappresentato l’essenza del calcio, un campione da onorare, come pochi, oltre quelli che possono essere i trasporti del tifo, perché se i suoi colori sono stati il nero e l’azzurro, è anche con il solo azzurro che ha scritto la sua e la nostra storia. Sandro Mazzola, bauscia per sempre.

Sandro Mazzola ad una premiazione con il campione olimpico Alberto Cova e il suo tecnico Giorgio Rondelli

Foto in copertina da Wikipedia: Coppa_Italia_1976-77_-Milan_vs_Inter-_Sandro_Mazzola,_Gianni_Rivera

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