di Raffaele Ciccarelli
Quando una grande competizione come un campionato del mondo di calcio giunge alla fine è necessario tracciare un bilancio dell’intera manifestazione, oltre poi analizzare l’ultimo atto che assegna il titolo.
Volgendo lo sguardo indietro, allora, a un mese e mezzo fa, quando iniziò l’elefantiaco torneo voluto da Gianni Infantino, troviamo un cammino lastricato di pallone, partite, giocate tecniche, vittorie e sconfitte, lacrime di gioia e di dolore, insomma tutto il campionario legato al campo, ma anche polemiche, contraddizioni, invasioni di campo che mai mancano.
Contravvenendo alla sua stessa politica, che intende il calcio come momento inclusivo, la Fifa stessa ha avallato atteggiamenti degli Stati Uniti che sono andati probabilmente oltre la coercizione, oltre alla totale genuflessione dell’organismo calcistico mondiale alle bizzarrie di Donald Trump, con la grave ingerenza sull’”affare Balogun” che più di un dubbio ha instillato sulla totale autonomia del calcio davanti al potere, tra visti negati, arbitri espulsi, squadre in esilio, fatti che lasciano perplessi sulla interpretazione della “democrazia” a quelle latitudini.
Poi c’è stato il calcio, e quando il pallone ha iniziato a rotolare, la solita magia che sempre suscita ha fatto passare tutto in secondo piano.

Indubbiamente belle e intriganti le cornici, con stadi invidiabili e sempre pieni, con partite all’altezza e soprattutto grandi campioni che non hanno fatto solo da comparse, fantasmi di sé stessi alla fine di una stagione massacrante, ma sono stati subito protagonisti.
Kylian Mbappé, Leo Messi, Jude Bellingham, Michael Olise, Harry Kane sono stati indiscussi protagonisti per tutta la durata del torneo, senza tralasciare qualche nuovo eroe che è comparso sulla scena, come Vozinha, portiere di Capo Verde, con la nazionale africana forse vera sorpresa di tutto il mondiale.
Nonostante tutte le pretese di “gigantismo peloso” di Infantino, alla fine il Vecchio Continente, con tre squadre su quattro in semifinale, ha dimostrato di essere ancora l’epicentro del calcio mondiale, e qualche ripensamento nella formula e nel numero di squadre qualificate per continente andrebbe fatto.

L’intrusa era l’Argentina, unica sudamericana arrivata fino in fondo, e qui andrebbe analizzato il modo: al netto di un Leo Messi che, pur limitandosi a qualche giocata sembrata a volte estemporanea, spesso avulso dal gioco della sua squadra ma che ha dato il suo contributo con otto reti, due in meno di Mbappé capocannoniere, ciò che ha dato fastidio è stato l’atteggiamento avuto dagli argentini per tutto il torneo, provocatorio, rissoso, sempre, è sembrato, con arbitri che hanno chiuso un occhio se non entrambi, cosa che li ha portati fino alla finale.
Avversario la Spagna, già designata di questa possibilità in virtù del grande e giovane talento di cui è profusa, sapientemente amalgamato dal CT Luis de la Fuente, fino a formare una formidabile squadra, che ha avuto la meglio proprio in quanto tale, dimostrandolo soprattutto contro la Francia, grande nazionale ma contro cui loro sono stati grande squadra, come da parole dello stesso CT iberico.

Se andiamo ad analizzare la finale tra Roja e Albiceleste possiamo tranquillamente dire che il campo ha dimostrato come questa è stata una finale sbagliata, con i sudamericani in pratica intrusi, perché l’Inghilterra avrebbe dovuto essere in campo, cosa che non si è verificata per esclusivo demerito degli stessi inglesi e per quella sciagurata seconda parte della gara in semifinale, quando hanno completamente rinunciato a giocare consegnandosi a Messi e compagni, in quella che probabilmente è stata l’unica mezzora di calcio in cui gli argentini hanno veramente meritato.
E possiamo fare un’altra considerazione: se immaginiamo un’ucronia, se per un momento immaginiamo che l’Argentina, dopo una finale non giocata come quella, riusciva ad arrivare ai tiri di rigore e addirittura a vincere, cosa ci saremmo ritrovati?
Sarebbe stata un’ingiustizia, questa sì mondiale.
Non vogliamo discutere la scelta strategica, ognuno gioca come crede e questo torneo ha ribadito una volta di più che i modi sul campo per vincere possono essere molteplici, e tutti validi.
I sudamericani, però, hanno mostrato un gioco scorretto, provocatorio al limite dello scientifico, e il dato straordinario è che, nonostante questo, i biancocelesti hanno subito una sola espulsione, in finale., con il loro cammino “protetto”, con gli arbitri e il Var che sono sembrati dare più di una mano.
Avessero vinto gli argentini, avrebbe trionfato l’anticalcio, ribadiamo, non per la scelta strategica, ma proprio per questo tipo di gioco.
Invece la Dea Eupalla ha guardato nella direzione giusta, e la vittoria ha arriso alla Spagna come era ineluttabile in nome del pallone, perché squadra giovane, fortissima, organizzata, con il CT Luis de la Fuente che eguaglia Vicente De Bosque, vincitore al Mondiale del 2010 e all’Europeo del 2012, con la Spagna unica nazionale ad aver centrato l’accoppiata trofeo continentale – trofeo mondiale, in questo eguagliando la Francia mondiale 1998 ed europea 2000.

Ritornando agli inglesi, il rammarico cresce se si considera che vincendo la finale per il terzo posto hanno raggiunto il miglior risultato nella competizione dopo l’unica vittoria del 1966, in un match che ha regalato spettacolo contro i delusi francesi, che salutavano il loro CT, Didier Deschamps.
In conclusione, resta da aggiungere che ancora una volta la squadra campione uscente non è riuscita a succedere a sé stessa, privilegio toccato solo al Brasile, e alla nostra Italia.
E noi non c’eravamo…










