di Raffaele Ciccarelli

A volte è facile creare delle etichette per personaggi che hanno segnato un’epoca nel loro campo di espressione. Lo stesso vale per Osvaldo Bagnoli, allenatore di calcio che ha fatto sempre dell’umiltà e della laboriosità il suo credo, tanto da essere etichettato come “mago della Bovisa”, dal quartiere operaio dove era nato, e la sua più grande impresa come quella de “La classe operaia va in paradiso”, film del 1971 di Elio Petri. Negli occhi e nella memoria di tutti c’è soprattutto il magico scudetto vinto nell’annata 1984/1985 e la sua lunga attività di allenatore, ma Bagnoli nasce calciatore, precisamente ala destra, e per coprire quel ruolo approda al Milan dove, nella stagione 1956/1957 contribuisce con dieci presenze al sesto titolo vinto dai rossoneri, con in panchina Gipo Viani e compagni di squadra campioni quali Cesare Maldini, Juan Alberto Schiaffino, Nils Liedholm, dando un contributo decisivo nella conquista della Coppa Latina dello stesso anno, siglando un gol in semifinale contro il Benfica e un altro in finale contro l’Athetic Bilbao.

Appesi gli scarpini, Bagnoli costruì la sua leggenda come allenatore, tenendosi sempre fedele a un calcio pragmatico, ma non privo di studio e di inventiva. La svolta nella sua carriera la ebbe quando approdò a Verona, dove trovò l’ambiente ideale per esprimere al meglio queste sue idee. Al primo anno gli scaligeri, che erano in Serie B, approdarono nella massima serie, qui fu subito quarto posto, due finali di Coppa Italia consecutive perse, con la Juventus di Michel Platini e poi con la Roma di Paulo Roberto Falcão allenata dal suo vecchio compagno di squadra, Liedholm, prima della stagione del trionfo. I pronostici per quel campionato che si sarebbe concluso nel 1985 erano tutti per la Juventus, con le attenzioni concentrate sul Napoli, che aveva visto arrivare Diego Armando Maradona. Il debutto nel torneo fu proprio contro gli azzurri, al “Bentegodi”, ma fu Maradona a essere annichilito dalla potenza del calcio degli scaligeri, e da lì iniziò una marcia trionfale che si sarebbe conclusa in trionfo, con il tricolore cucito sul petto di una provinciale per la prima, e finora unica volta, nei campionati a girone unico. Una squadra che rispecchiava tutto il calcio pratico del suo allenatore: arroccata davanti alla sua porta, difesa da Claudio Garella, ma pronta a ripartire sfruttando l’intelligenza tattica di Roberto Tricella, la potenza atletica di Hans-Peter Briegel e Preben Larsen Elkjaer, la regia geometrica di Antonio Di Gennaro e l’astuzia offensiva di Giuseppe Galderisi. Dopo quel successo per il Verona iniziano gli anni del ridimensionamento, Bagnoli lascia e passa al Genoa, firmando un altro capolavoro, stavolta in campo internazionale: erano anni, quelli, in cui vincere in Inghilterra era difficilissimo e molto raro, Anfield, la casa del Liverpool, non era mai stata violata dagli italiani, perciò quando l’impresa riuscì, il 18 marzo del 1992 al Genoa guidato da Bagnoli, negli ottavi di Coppa Uefa, la gioia e l’ammirazione furono quasi pari a quelle per la vittoria dello scudetto a Verona. Questa gestione pratica ma efficacia non poteva che conoscere la sua conclusione in una delle big del nostro campionato, fu l’Inter a ingaggiare il Mago della Bovisa, e fu subito secondo posto, ma le amarezze della stagione successiva portarono alla chiusura della sua carriera, da sempre contrassegnata da coerenza, serietà e praticità.

Osvaldo Bagnoli FC Inter 1993

Foto Wikipedia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *