di Raffaele Ciccarelli
Nel calcio, molto spesso, essere il capitano di una squadra significa andare in missione per la stessa, rappresentarla in ogni suo aspetto, e questo aumenta a dismisura la responsabilità di indossare quei gradi. Significa, in pratica, diventare il simbolo stesso di quella squadra, di quei colori. È quanto è stato Franco Baresi per il mondo rossonero del Milan, che non aveva solo la pelle, ma anche l’anima, a strisce rossonere. Il Piscinin, il piccolino, come fu soprannominato proprio al Milan, arrivò bambino tra le fila rossonere, e vi sarebbe rimasto tutta la vita, diventandone capitano di lungo corso, sollevando trofei che hanno fatto la leggenda della società meneghina, diventando egli stesso leggenda. Nonostante il fisico in apparenza esile, era in realtà robusto e deciso nei contrasti, tanto da far scrivere al Sommo Gianni Brera: “Si getta sul pallone come una belva: e se per un caso dannato non lo coglie, salvi il buon Dio chi ne è in possesso!”. A questo univa un’eleganza tecnica, una capacità di palleggio e una visione di gioco che in breve tempo lo portarono a essere uno dei migliori interpreti mondiali del ruolo di libero, nobilitato a quei tempi dalle figure altrettanto leggendarie di Gaetano Scirea e Franz Beckenbauer, da cui prese il suo secondo soprannome, Kaiser Franz. Esordisce in prima squadra nella stagione 1977/1978, ma già l’anno successivo è titolare in quella mitica che porta alla conquista del decimo scudetto rossonero e della stella, poi dovrà aspettare quasi dieci anni per riportare in alto i suoi colori, conoscere anche l’inferno della Serie B in due occasioni, ma senza mai rinnegare o ripudiare la sua appartenenza al Milan. Trascorsi quegli anni difficili, si preparò a mietere glorie e trofei, con l’arrivo di Arrigo Sacchi in panchina. Oltre a stravolgere il calcio stesso di quel periodo, Sacchi trasformò il Milan in una macchina perfetta e vincente, e il primo passo fu di “allineare” Baresi ai compagni di reparto, il che avrebbe potuto creare qualche difficoltà al Nostro, ma che fu superata grazie alle sue grandi capacità calcistiche e alle doti naturali di comando, perché questa era un’altra sua grande caratteristica: il silenzio, o almeno il guidare senza alzare mai la voce, qualità figlie di un carisma che era già inarrivabile. Con Sacchi sarebbe arrivato lo scudetto nella stagione 1987/1988, quella del sorpasso sul Napoli di Diego Armando Maradona, ma quel Milan avrebbe assunto dimensione internazionale vincendo la prima di due Coppe dei Campioni consecutive, contro la Steaua Bucarest, seguita la stagione successiva da quella contro il Benfica, per poi completare il Trittico nella stagione 1993/1994, contro il Barcellona di Johan Cruijff, con Fabio Capello in panchina, che avrebbe portato anche a un poker di scudetti, di cui tre consecutivi, tra il 1991 e il 1996, e in tutte quelle edizioni della formazione rossonera un punto fermo sarebbe stato sempre lui, che nel frattempo era diventato il Capitano. La sua bravura era tale che Enzo Bearzot lo avrebbe portato anche nella spedizione vincente di Spagna ’82, diventando campione del mondo senza mai giocare, e avrebbe cercato di confermarlo anche successivamente, provando però a spostarlo a centrocampo perché nel ruolo di libero giocava l’altro mito senza tempo, Gaetano Scirea. Nonostante le sue capacità, l’esperimento non ebbe molto successo, ma le soddisfazioni in azzurro sarebbero arrivate con il terzo posto, dal retrogusto per la verità amaro, di Italia ’90 e con il secondo di Usa ’94, con Sacchi in panchina, dove dimostrò tutto il suo carattere recuperando a tempo di record da un infortunio al ginocchio, andando in campo per l’ultimo atto contro il Brasile, anche se con il dolore di avere sbagliato il primo rigore nella serie finale. Ritiratosi, sarebbe sostanzialmente rimasto sempre nel suo mondo a strisce rosse e nere fino alla fine, con la sua mitica mano alzata a indicare il fuorigioco, che stavolta non è riuscito a fermare l’implacabile avversario.

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