di Sergio Giuntini
In questo torrido agosto 2026 sono scomparsi nel giro di pochi giorni tre grandi protagonisti dello sport e della cultura italiani. Questo mese maledetto ci ha portato via prima Franco Baresi, una delle ultime bandiere del calcio italiano, il cosiddetto “Hombre Vertical” che ha dedicato tutta la sua carriera calcistica e, anche dopo aver lasciato il football, a un unico Club: il Milan. Un esempio per tutti i giovani che oggi si accostano a questa disciplina.
Abbiamo appena fatto in tempo a cercare di rielaborare questo lutto e c’è stato portato via Francesco Guccini, un poeta prestato alla canzone, un grande interprete di poesie e di invettive politiche e morali e poi, da ultimo, il 9 agosto, su di noi si è abbattuto un altro gravissimo lutto: la perdita di Livio Berruti.

Berruti era un vercellese di Stroppiana, nato nel 1939, che ha scoperto l’atletica leggera da studente del Liceo Cavour di Torino. Allora l’atletica leggera era strettamente legata al mondo della scuola. Erano gli insegnanti di educazione fisica ad avvicinare a questo sport gli studenti e da queste leve d’istituto uscivano poi coloro che avrebbero proseguito sui campi e sulle piste del nostro paese un’esperienza educativa che aveva appunto come luogo di elezione la scuola.
Berruti è stato uno studente modello. Si è laureato in chimica e nello stesso tempo, senza mai trascurare gli studi, ha iniziato a coltivare l’atletica leggera con maggiore impegno. Un impegno che, se rapportato alle metodologie dei tempi attuali, era francamente molto limitato. Non ci si allenava come oggi spasmodicamente due volte al giorno con ore di sedute in palestra. Ci si allenava in modo più naturale, si cercava di valorizzare soprattutto le qualità, ciò che lo studente, l’atleta, il futuro campione aveva di suo più naturale. Berruti era un atleta naturale. Aveva un’eleganza e uno stile nel correre che raramente si sono ritrovati in altri atleti che hanno raggiunto i traguardi che gli sono stati propri.
Naturalmente noi lo ricordiamo soprattutto per quella formidabile cavalcata sui 200 metri nelle Olimpiadi di Roma 1960. Anche in questa gara Berruti mostrò come si potesse correre decontratti attraverso una facilità di corsa che solo le sue doti innate potevano supportare in un talento come il suo.

Era una persona intelligente, ha combattuto ad esempio una coraggiosa battaglia politico-sportiva allorché, dopo lo scandalo Evangelisti, l’atletica leggera italiana si ribellò a Primo Nebiolo chiedendo una radicale discontinuità e, come simbolo, come uomo che aveva in sé delle doti morali tali da poter rappresentare tutto quel movimento di base, venne indicato proprio Livio Berruti.

Gianni Brera scrisse della sua vittoria a Roma come quella dell’abatino Berruti. Il termine “abatino” in questo caso non stava a significare un atleta di doti atletiche non particolarmente diciamo sviluppate. L’abatino Berruti non era l’abatino Rivera. In questo caso Brera voleva rappresentare Livio Berruti nella sua educazione, nella sua raffinatezza che gli parevano appunto quasi quelle di un giovane abatino.

E’ difficile stabilire se Berruti sia stato il più grande velocista italiano. Certamente lo è stato con Pietro Mennea. Una sorta di rivalità a distanza che soprattutto Mennea ha spesso eccessivamente enfatizzato non riuscendo a intravedere in Berruti un maestro e un punto di riferimento a cui ispirarsi. Insomma, oggi che non c’è più, rimpiangiamo Livio Berruti perché con lui se ne va una parte romantica, pulita, indimenticabile dell’atletica leggera italiana.
Foto di Vito Liverani (Fotocronache Omega) e da Biografieonline










