di Raffaele Ciccarelli
Il ventennio fascista, che durò dal 1922 al 1943, caratterizzò la vita dell’Italia in tutti i suoi aspetti.
L’ideologia che muoveva Benito Mussolini e i suoi seguaci prevedeva una nazione unica e improntata alla supremazia, concetto invero non radicato nella cultura del popolo, elemento che ne segnò con il tempo la sua disgregazione, soprattutto perché imposto con la forza.
Ben presto, infatti, le sue leggi vessatorie e antiliberali finirono per subire il logico rigetto, portando alla sua fine cruenta. Tuttavia, almeno all’inizio, fu accolto come un vento nuovo per gli apparenti benefici che sembrò apportare.
Tra i tanti settori sociali che ne furono influenzati ci fu anche lo sport, comprendendo come questo poteva rispondere a quegli ideali: ogni vittoria sportiva serviva per esaltarli, lo sport di massa, il calcio soprattutto, fungeva sia da elemento distraente dai problemi della Nazione, sia come mezzo di propaganda.
Molteplici, perciò, furono gli interventi dell’intellighenzia fascista tesi a migliorarlo: dalla costruzione di nuovi stadi alla Carta di Viareggio, che imponeva un torneo unico e non diviso per aree geografiche, perché la nazione doveva essere rappresentata nella sua interezza, da Nord a Sud.
La stessa Carta, poi, in una sorta di ideale revanscismo bandiva gli stranieri dallo sport, ma non del tutto, come vedremo.

Tra la seconda metà degli anni Venti e l’inizio dei Trenta era il calcio sudamericano quello più in auge, con le vittorie dell’Uruguay ai Giochi Olimpici del 1924 e del 1928, che rappresentavano il massimo torneo mondiale dell’epoca, con il trionfo degli stessi uruguagi sull’Argentina nel primo campionato del mondo nel 1930, replica con lo stesso esito, tra l’altro, della finale olimpica di due anni prima.
La prima edizione europea di questa nuova competizione, nel 1934, avrebbe visto protagonista proprio il Bel Paese, e tutto l’apparato politico si mobilitò per dare la migliore immagine di sé, e non solo: l’Italia doveva anche vincere, per dimostrare la propria superiorità.
Per far questo l’incarico di selezionare i migliori azzurri per centrare l’impresa fu affidato a Vittorio Pozzo, che ben presto si trovò di fronte a un dilemma sull’impiego degli oriundi in Nazionale, poiché il loro utilizzo veniva a scontrarsi con le direttive della Carta che vietavano l’ingaggio di giocatori stranieri.
Pozzo seppe perorare al meglio la causa presso il presidente federale Leandro Arpinati, che dette il via libera, anche perché in questo modo si potevano esaltare ancora di più i valori nazionali.
In quell’epoca capitava, infatti, che alcuni dei migliori giocatori che militavano nel nostro campionato fossero sudamericani di chiara origine italiana: oriundi, li chiamiamo ora, all’epoca “rimpatriati”.

Il primo in Italia era stato Eugenio Mosso, centravanti argentino ingaggiato dal Torino nel 1912, poi successivamente l’Argentina subì una vera e propria razzia di talenti, purché con ascendenze italiane, tanto che i club non vollero cedere all’Albiceleste ulteriori giocatori, depauperando di fatto la sua partecipazione al mondiale del 1934.
Tra i tanti che giunsero in Italia ci fu l’ingaggio di Luis Monti alla Juventus, su suggerimento di Raimundo Mumo Orsi, fuoriclasse argentino che militava tra i bianconeri.
Luis Felipe Monti nacque a Buenos Aires da una famiglia di origine emiliana in cui si respirava calcio, tra fratello, zii, e cugini che pure giocavano, e si apprestò a vivere ben tre vite calcistiche in giro per il mondo, tutte degne di essere raccontate.
Fin dai suoi esordi si temprò a quelli che erano i dogmi del calcio sudamericano, argentino nella fattispecie, esaltando sia le sue doti atletiche, sia il suo carattere turbolento, iniziando nel General Mitre, passando poi all’Huracan, dove collezionò poche presenze sufficienti a vincere il primo titolo della sua carriera e, dopo un fugace passaggio al Boca Juniors, approdare al San Lorenzo de Almagro, squadra questa dove vinse altri tre titoli argentini.
Quello che valse a espandere la sua fama in tutto il Sud America fu, però, la sua esperienza in nazionale.

Temuto dagli avversari, che avevano coniato per lui il soprannome El Verdugo, il boia, Monti con l’Albiceleste contese la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Amsterdam del 1928 all’Uruguay, l’unica competizione di carattere mondiale per nazionali, e nella stessa finale proprio in Uruguay il primo titolo di campione del mondo, andato ai padroni di casa, competizione dove, tra l’altro, siglò il primo gol dell’Argentina nella storia dei Mondiali, contro la Francia.
Questo concluse il primo ciclo della vita di Luisito Monti, la cui carriera sembrò sul viale del tramonto, quando arrivò la chiamata dall’Italia.
Lo ingaggiò la Juventus, come scritto, ma prima di poter scendere in campo dovette rimettere in condizioni il suo fisico, diventato abbondante per i piaceri della tavola, e lo fece con totale abnegazione e professionalità, dimostrando quella tenacia per cui era diventato famoso e riacquistando l’antica condizione.
Dei bianconeri sarebbe diventato una colonna nell’impianto che portò al loro Quinquennio vincente, conquistando quattro scudetti ma, come in Argentina, fu soprattutto con la Nazionale italiana che si mise in mostra.
Pozzo, infatti, non si fece sfuggire l’occasione e convocò Monti da “rimpatriato”, trovando in lui l’interprete ideale per il suo sistema di gioco.
Il CT, infatti, modificando quello che era il Sistema di importazione britannica in voga all’epoca, adattandolo alle esigenze e mentalità italiane, inventò il Metodo, adottato anche da Carlo Carcano alla Juventus, il cui ruolo cardine era proprio quello che interpretava Monti: centrale davanti ai due difensori, pronto a marcare il centravanti avversario e ad aprire il gioco per le ali con millimetrici lanci lunghi, ruolo in Italia conosciuto come centromediano metodista, in Sud America come volante central.
Due situazioni accadute in azzurro possono essere esplicative del carattere del giocatore: la prima fu la convivenza con Angelo Schiavio.
Capitò, infatti, che i due ebbero un primo scontro in una tournée sudamericana del Bologna, e poi in campionato Monti, dando lustro anche alla sua sinistra fama di Verdugo, quasi spezzò una gamba al bolognese.
Ci volle, allora tutta la diplomazia di Pozzo per trasformare due nemici dichiarati in due rivali che si rispettassero, creando anche con questo quel gruppo che avrebbe portato alla vittoria di quel mondiale, risolto in finale contro la Cecoslovacchia proprio dal gol decisivo di Schiavio.
Il secondo episodio vide protagonista Monti suo malgrado, nella sfida all’Inghilterra, quando gli azzurri furono sconfitti al termine di una gara epica che li consacrò come i Leoni di Highbury, dove il Nostro restò in campo per un tempo nonostante una dolorosa frattura all’alluce del piede destro, dopo aver subito, una volta tanto, una durissima entrata dal centravanti inglese Edward Drake.
Tutti aneddoti che fanno ben capire di che pasta fosse fatto l’uomo, le sue vittorie in Italia, in bianconero e azzurro, quattro scudetti e un titolo mondiale, sintetizzano al meglio il giocatore, massiccio, non alto ma forte di testa, con questa seconda parte della sua carriera, più vincente della prima in Argentina, che si chiuse nel 1939.
Pur passando ad allenare, raggiungendo il suo massimo successo con la vittoria della seconda Coppa Italia per la Juventus, nella stagione 1941/1942, dopo aver contribuito da calciatore alla prima nel 1937/1938, Monti continuò a giocare in formazioni dilettanti e amatoriali in giro per l’Europa, in Francia, Svizzera, Germania, Austria, Spagna, diventando ambasciatore del calcio argentino nel mondo, lasciando il calcio giocato definitivamente nel 1947.
Luis Monti, doble ancho o el verdugo, si sarebbe spento nel 1983, completando le sue tre vite, unico giocatore ad aver disputato una finale mondiale con due nazionali diverse, campione dei due mondi.










