di Sergio Giuntini

In occasione dei 130° genetliaco de “La Gazzetta dello Sport”, che il prossimo 3 aprile 2026 taglierà un simile prestigioso traguardo, è interessante lanciare uno sguardo su come il calcio, lo sport che sui nostri tre quotidiani sportivi occupa mediamente oltre due terzi della loro foliazione, fosse trattato tra Otto e Novecento e sino alla Grande Guerra. In quella che fu, per così dire, la preistoria del nostro giornalismo sportivo. Oggi il suo strapotere è divenuto pressoche monopolistico, ma non è sempre stato così. Nell’ultimo scorcio del XIX secolo e nel primo decennio del XX i giornali e i periodici sportivi del tempo  presentavano un pluralismo assai più accentuato. Esisteva, allora, una “democrazia” dell’informazione sportiva all’interno della quale gli eventi calcistici dovevano conquistarsi, non di rado a fatica, qualche spazio. Al più, il calcio veniva utilizzato in chiave metaforica come in questo articolo, risalente al 7-8 giugno 1898, a due mesi dalla nascita della Federazione Italiana del Football (FIF) e del primo campionato giocato e vinto dal Genoa a Torino, apparso su “Il Corriere della Sera” in ordine alla guerra ispano-americana in corso per il controllo di Cuba:

Quel che succede laggiù, alle Antille, supera ogni umana credenza. Questa guerra, che pareva dovesse sorprendere e inorridire il mondo con la sua fulminea terribilità, si risolve in un giuoco incruento, si trascina miseramente all’infinito fra gli sbadigli dell’Europa spettatrice […] Così, tra l’esaltazione americana, e la retorica spagnola, fra l’”humburg” e la “honra”, questa guerra deplorevole e inutile, disastrosa e incruenta, a furia di bombardamenti amabili e stratagemmi arguti, minaccia di durare eternamente, come un football del mare.

L’emblema di questo “minimalismo calcistico” è dato da “La Gazzetta dello Sport”. Nelle edicole con cadenza bisettimanale – lunedì e venerdì – dall’aprile 1896, la prima notizia di “Foot-ball” vi fu data nelle pagine interne solo il 30 aprile di quell’anno. La disciplina-regina dell’allora testata di colore verde era il ciclismo, e a farle corona erano principalmente ippica, canottaggio, ginnastica, alpinismo, scherma, caccia, tiro a segno. Il modesto rilievo che il calcio occupava nell’economia del giornale sportivo milanese è ben raffigurata dai ragguagli con cui, l’8 maggio 1901, nella rubrica “Giuochi Sportivi – Lawn Tennis”, il corrispondente Mosca liquidò la conquista del primo scudetto milanista:

Ieri, sul campo di Ponte Carrega ha avuto luogo il tanto atteso match tra le squadre di Genova e di Milano, componevano questa ultima i signori Hood, Suter, Dobbie, Lies, Gadda, Valerio, Kilpin, Davies, Allison, Negretti, Colombo; la squadra genovese invece aveva perduto i suoi migliori campioni quali il De Galleani (ammalato), l’Henman e lo Strina, né per quanto i fratelli Pasteur insieme a Ghigliotti, Passadoro, Agar, Dapples, Delamare, Calì, Rossi e Spensley facessero tutto il possibile per tener testa al brillante giuoco degli avversari, questi ebbero piena superiorità e contro zero netto dei genovesi riportarono la più completa delle vittorie. Bellissimo era l’aspetto del campo tutto verdeggiante e popolato di elegante pubblico, che si appassionava al giuoco, eccitando col gesto e colla voce i giuocatori e sottolineando i migliori “rush”. Il ritorno in città si effettò pure brillantemente verso le sei, tra un via vai di carrozze, biciclette ed automobili. Chiuse la giornata un soccolento pranzo alla “Concordia”, offerto dai genovesi ai soci di Milano, e che ebbe fine a tarda ora, tra gli “hoc” e gli “hurrà” interminabili. 

Un maggior risalto venne quasi attribuito da “La Gazzetta”, il 22 gennaio 1897, all’apertura d’una azienda barese specializzata nella confezione di palloni da calcio:

Nuova industria nazionale. Il prof. Giuseppe Pezzarossa avendo saputo dal nostro console di Londra che il figlio barese residente in quella città era operaio in una fabbrica di palloni di cuojo, ha fatto in modo di farlo venire a Bari; ed ora qui si fabbricano splendidi palloni pel Calcio e la Palla Vibrata, con ottimo cuojo proveniente da Magonza e da Liverpool, al prezzo inferiore a quello pagato in Inghilterra e in Germania. E vi ha aggiunto una preziosa novità. Questi palloni si potranno gonfiare colle solite pompette delle biciclette, invece dei costosi schizzetti usati finora.

Per vedere il calcio in un’apertura di prima pagina si dovette attendere il 1905, e per il primo scudetto trattato da “La Gazzetta dello Sport” con l’identico riguardo il 1910. Sport ancora di “nicchia”, in questa fase non spiccavano neppure le grandi firme calcistiche. E tant’è, il “resocontista” che la seguiva di preferenza su quella ch’era ormai diventata la classica testata “rosea” meneghina, rispondeva al nome alquanto anonimo di Italo Vittorio Brusa. In tal senso persino il tennistico 6-2 alla Francia, con cui nel 1910 si ebbe il debuto della squadra nazionale all’Arena di Milan, non suscitò particolari clamori. Con sobrietà, “La Gazzetta” si limitò a questo pacato commento: <<La vittoria del 15 maggio 1910 è, si può dirlo con piena coscienza, una vittoria di squadra, uno per tutti e tutti per uno, una vera vittoria convincente, e che apre una era di nuove e più ambite battaglie nel nostro Paese. In tutti prevalse la virtù di sacrificio>>. A valorizzare maggiormente il calcio in questa stagione pionieristica fu piuttosto il periodico torinese “Guerin Sportivo” che, nato il 4 gennaio 1912, si presentava con questo spirito battagliero e indipendente:

Tenuto a fonte battesimale da uomini di opposte rive, non vivrà solo di sterile critica, getterà talvolta lo staffile acuto e scenderà a oneste prove. Non ha parenti: vivrà felice. Non ha padroni: vivrà libero. Non ha amici: se ne farà molti. Non servirà ad odi ed amori, a simpatie e rancori: avrà dei nemici. Non muoverà battaglia contro uomini stabiliti, contro un’associazione data, contro una stampa bianca, rossa o gialla: sarà con tutti o contro tutti, secondo verità.

Si trattava dunque d’un foglio satirico e di cronaca dallo stile innovativo, graffiante e modermo, palestra di eccelsi caricaturisti (Carlin Bergoglio, Giovanni Manca, Vittorio Faroppa, Giorgio Muggiani ecc.) su cui, agli inizi del 1913, con intento critico e autocritico – da ex allenatore della nazionale inglorosamente eliminata alle Olimpiadi di Stoccolma (1912) – si cimenterà anche Vittorio Pozzo. <<Il lato tecnico del nostro giuoco – affermava – non ha fatto progressi che nell’estrema difesa, nei “goal-keepers”. Ma nel lato più vitale, in quello che ne è la maggior bellezza, e che è insieme il frutto del maggior studio, nella continuazione, nell’intesa fra i giuocatori, nella tattica, nei giuochi d’attacco e di difesa, nell’insieme infine, siamo ancora al punto di tre o quattro anni prima>>. Un giudizio impietoso ma sincero, com’era nelle corde del “Guerin Sportivo”. Settimanale che, con una rumorosa campagna condotta sulle sue colonne, il 1° maggio 1910 riuscì a portare in nazionale quasi al completo, con 9 titolari su 11, la formidabile “Pro Vercelli” di quegli anni. Blocco vercellese uscito vittorioso di “corto muso” per 1-0 sul Belgio, del quale il “Guerino” apprezzava soprattutto <<la ferrea barriera della sua difesa e l’irruenza del suo gioco vigoroso>>. Ossia quella cifra stilistica eminentemente atletica che derivava ai calciatori della “Pro” dalla loro estrazione ginnastica. Giocatori forgiati prima dall’allenamento in palestra e poi, tecnicamente, sul campo. La completa rivincita del calcio provinciale-italiano sull’urbano esterofilo del triangolo industriale Genova (Genoa) – Milano (Milan) – Torino (Juventus). Affianco del “Guerino”, una ventata di novità venne portata al calcio anche dalle altre riviste che vagirono in quel periodo. Si allude in particolare a “Foot-ball”: il primo organo settimanale della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) stampato a Milano dal 9 gennaio 1910 e diretto da Gerolamo Radice, ex giocatore e vice-presidente del Milan. Una minor fortuna arrise invece a un’altra pubblicazione di Sonzogno dall’identica periodicità e dal titolo molto simile: “Il Foot-Ball”. Uscito dal 14 novembre 1914, finì con chiamata al fronte del suo creatore Cesare Fanti: <<un ex stenografo emiliano destinato – per Antonio Ghirelli – a lasciare una profonda traccia di sé nel campo dell’editoria sportiva>>. Con Fanti, sempre secondo Ghirelli,  si era già vicini <<al livello del giornalismo moderno più agguerrito e più spregiudicato nell’uso dei mezzi tecnici>>. A questo riguardo, per disegnarne la testata del suo periodico, si rivolse a Giorgio Muggiani, noto cartellonista tra gli scissionisti del Milan e fondatore dell’Internazionale, che realizzerà anche quella del “Popolo d’Italia” di Benito Mussolini. Nel frattempo a Genova, dal 12 luglio 1913, aveva iniziato la sua storia – con direttore Raimondo Astillero – “Il Calcio”. L’ambizione era di raggiungere una diffusione nazionale e, anche in ragione di ciò, Astillero volle tra i collaboratori Thomas Coggins. Un esperto inglese al quale affidò una rubrica col fine di incivile e sgrezzare il nostro calcio ancora arretrato sotto il profilo tecnico e tattico. Se il primo conflitto mondiale, oltre a “Il Foot-Ball” di Fanti, determinerà il fallimento di numerosi altri giornali sportivi, il 10 giugno 1915 generò però, in controtendenza, il primo esempio di rivista calcistica espressione esclusiva di un club: “Hurrà”, oggi “Hurrà Juventus”. Mensile di formato ridotto (con la testata centrale affiancata dal distico “Un omaggio degli Juventini rimasti a Torino ai loro consoci sotto le armi” e, nella colonna di destra, il motto di Giulio Corrado Corradini “La vittoria è del forte che ha fede”), “Hurrà” rendeva di volta in volta l’elenco dei bianconeri-soldati e specialmente ospitava le loro lettere dai campi di battaglia. Lo scopo era quello d’infondere fiducia nel successo bellico e documentare fedelmente situazioni e ambienti della vita militare al fronte. Così Ernesto Boglietti scriveva il 24 luglio 1915: <<Sto benone nel vero senso della parola; non desidero che trovarmi “vis-à-vis” con un Austriaco per fargli provare la potenza degli “shuts” juventini>>. E il 29 luglio 1915 “Hurrà” riportava queste riflessioni calcistico-militari di Benigno Dalmazzo: <<Non abbiamo premura di vincere ma la vittoria la vogliamo completa, il Girone sarà lungo, ma otterremo il Campionato; se non basta il tempo regolamentare faremo delle riprese supplementari, ma la dèbacle degli avversari sarà clamorosa e il Capitano Cecco Beppe sarà costretto a dare le dimissioni>>. Il calcio, in un contesto più meramente virtuale o giornalistico, con Dalmazzo si trasformava in metafora guerresca. E pure le sue figure retoriche prefiguravano le formule di quel linguaggio militare che diverrà un marchio di fabbrica inconfondibile di tante cronache sportive prossime e venture. Un aspetto su cui tra i primi, in “Civiltà del Novecento”, si soffermò nel 1942 il critico letterario Francesco Flora, autore di queste interessanti osservazioni. <<All’internazionalismo della lingua s’aggiunge il gergo della guerra, con sopraffatto eroico, il gergo della critica drammatica e perfin quello della religione. Vien fuori uno stile comicamente pindarico, che fa dapprima ridere, poi genera molestia; gli aggettivi meraviglioso, mirabile, sublime, epico applicati ad un calcio, e la fede che mai vacilla, e il cuore indomabile e l’altissima classe: e il rango (odiosissima parola): la difesa granitica, il gioco massacrante, l’epopea sovraumana della parata>>. Una esercizio antiretorico di stile, quello indicato da Flora, di cui ancora nel presente si sente davvero il bisogno.                                   

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