di Raffaele Ciccarelli
Ci sono allenatori che devono la loro fama a lunghe strisce di vittorie, spesso con la stessa squadra, tanto da esserne identificati anche quando cambiano casacca: difficile non ricordare sempre il passato juventino di Giovanni Trapattoni, o quello milanista di Fabio Capello e Arrigo Sacchi, o Marcello Lippi, Antonio Conte o Massimiliano Allegri, tutti più o meno identificati con le squadre con cui hanno iniziato a vincere. C’è, poi, una specifica categoria di allenatori che, rispondendo anche a una loro precisa indole, si possono classificare come giramondo: l’esempio classico da noi resta Vujadin Boskov, ma molto si avvicina a lui anche Mircea Lucescu, che ci ha da poco lasciati. Rumeno, in patria trascorre la sua carriera di attaccante, tra Dinamo Bucarest e Corvinul Hunedoara, squadra quest’ultima dove inizia, appena trentacinquenne, la sua seconda carriera, quella di allenatore, che lo porterà, appunto a girare il mondo. Subito passa anche alla guida della nazionale rumena, che probabilmente resterà il suo grande amore, e con essa elimina subito l’Italia da Euro 84. Tornato alla Dinamo Bucarest, fu Romeo Anconetani che nel 1990 lo portò al Pisa. Con i toscani dura una sola stagione, passa al Brescia in Serie B dove vince il campionato e fa esordire Andrea Pirlo. Dopo un passaggio alla Reggiana, nella stagione 1998/1999 il breve interregno all’Inter che aveva appena esonerato Gigi Simoni, ma con i nerazzurri l’avventura dura poco culminando con le dimissioni, con la squadra affidata a Luciano Castellini prima delle stagioni turbolente di Marcello Lippi. Partito dalla Romania, passato per l’Italia, la tappa successiva del suo girovagare lo vede in Turchia, dove vince due campionati, con Galatasaray e Besiktas, e con i primi abbina la vittoria in Supercoppa Europea contro il Real Madrid. Anche qui allenerà successivamente la nazionale turca, con poco successo, ma prima c’è il suo passaggio in Ucraina, alla guida dello Shaktar Donetsk, dove resta più a lungo nella sua carriera, dodici anni, vincendo nove campionati e l’ultima Coppa Uefa prima del cambio di denominazione in Europa League, nella finale nella “sua” Istanbul contro il Werder Brema. L’invasione russa dell’Ucraina lo costringe a riparare, con la squadra a Bucarest, continuando a giocare amichevoli perché, parole sue, “lo dobbiamo al popolo ucraino”. Simpatico, dalla parlantina sciolta, dalla grande cultura non solo calcistica, frutto dall’aver frequentato tante realtà diverse, la chiusura del cerchio alla guida della sua Romania. Qui probabilmente il dolore più grande, che forse ha influito su quel cuore già malandato, non riuscendo a qualificare i rumeni per il mondiale americano, perdendo lo spareggio con la Turchia. Una sconfitta che però non cancella quanto questo uomo di calcio ha saputo fare nella sua lunga, eclettica, carriera di allenatore giramondo.











