di Raffaele Ciccarelli

In una squadra di calcio ci sono ruoli che nel corso della storia si sono ammantati di romanticismo: quelli per eccellenza sono il portiere, affascinante per la sua solitudine, per l’essere padrone, l’unico, di un pezzo di campo in cui deve essere il signore assoluto; quello del centravanti, che l’inviolabilità di quell’area cerca di vincere, superando quell’ultimo baluardo che, per aiutarsi, può usare le mani. Ma il centravanti non ha vita facile in questo suo ruolo, perché c’è un ultimo avversario, un ultimo ostacolo, prima della sentenza finale: lo stopper. Un ruolo antico, per la verità, perché la nuova nomenclatura lo ha trasformato in difensore centrale, ma la sua essenza non cambia: è lui l’avversario con cui deve combattere il centravanti per fare gol, che usava, almeno quando non c’era il “grande fratello” attuale che tutto vede e viviseziona, anche mezzi al limite, se non oltre, il regolamento. Un interprete del ruolo è stato Celeste Pin che, con la maglia viola della Fiorentina, lo ha nobilitato nella massima serie. Trevigiano di origine, cresciuto nel Perugia, fu proprio con la maglia degli umbri che esordì in Serie A, sotto la guida di Ilario Castagner, insieme a Paolo Rossi, arrivando alla sua corte la stagione successiva a quella mitica in cui arrivarono il secondo posto e l’imbattibilità stagionale. Con gli umbri fu settimo posto, poi arrivò la retrocessione in Serie B, due stagioni ancora prima di essere ceduto alla Fiorentina, dove trovò la sua dimensione. La maglia viola diventò la sua seconda pelle, con quella addosso disputò nove stagioni molto intense, povere di trofei ma con non poche soddisfazioni: esaltante il terzo posto nel 1983/1984, con Giancarlo De Sisti in panchina, formando con il campione del mondo argentino Daniel Passarella una coppia di difensori centrali ruvida il giusto per risultare spesso indigesta agli attaccanti avversari; a un passo da un sogno quella 1989/1990 quando, con Bruno Giorgi in panchina e poi Ciccio Graziani nel finale di campionato, arrivò un tribolato tredicesimo posto ma la finale di Coppa Uefa persa, in gara di andata e ritorno com’era la formula dell’epoca, contro la Juventus, nel periodo d’oro delle squadre italiane in Europa. Poi il passaggio al Verona in Serie B e la chiusura della carriera a Siena in Serie C. Tanti i compagni di squadra che hanno, a loro volta, scritto pagine di storia calcistica: su tutti Roberto Baggio, ma anche compagni di reparto come Glenn Hysen, oltre al già citato Passarella, Stefano Pioli, attuale allenatore dei gigliati, Nicola Berti, Giovanni Galli, Giancarlo Antognoni, naturalmente, ma anche Eraldo Pecci, Socrates, Daniele Massaro, e i tanti che hanno vestito la maglia viola in quell’epoca. Poi, l’oblio, e l’insinuarsi di un sentimento subdolo, un senso di abbandono dopo le luci della ribalta cui magari non è riuscito ad abituarsi, come capitato anche ad altri campioni in cui, improvviso, è subentrato il male di vivere.

Celeste Pin e Roberto Baggio (Foto Sport.virgilio.it)

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