di Raffaele Ciccarelli
È ben noto come sport e politica formino un binomio in cui spesso la seconda è entrata in commistione con il primo, per sfruttare l’ampia cassa di risonanza che può portare a beneficio, soprattutto, dell’acquisizione di quella popolarità necessaria per raggiungere le grandi masse da, poi, imbonire con il proprio messaggio propagandistico.
Nel corso della sua storia, lo sport ha dovuto subire questa nefasta influenza, nel più dei casi, diventando suo malgrado strumento di propaganda o di distrazione da quanto discutibili personaggi andavano perpetrando.
Il regime fascista lo fece in Italia, arrogandosi tutte le vittorie sportive per esaltare sé stesso; ci provò Adolf Hitler, in maniera faraonica, appropriandosi dei Giochi Olimpici del 1936, che a Berlino dovevano esaltare la delirante idea della superiorità della razza ariana, tranne poi venire sbeffeggiato dai quattro ori di Jesse Owens; lo hanno fatto, come mezzo di distrazione di massa, in Argentina, al mondiale di calcio del 1978, quando la vittoria della nazionale di casa servì a celare gli orrori della dittatura dei Generali; sempre sfruttando il calcio si sono imposti all’attenzione dell’opinione pubblica personaggi che poi hanno tratto beneficio dalla popolarità acquisita, basti portare a esempio Silvio Berlusconi, che da presidente del Milan ascese fino a diventare presidente del Consiglio dei Ministri; anche le implicazioni politiche che hanno assunto le stesse squadre, tipo il Barcellona in Spagna, da sempre simbolo dell’indipendentismo catalano.

Incroci, il più delle volte non positivi e che, nella storia che andiamo a raccontare, portarono addirittura alla sospensione di una partita tra nazionali, evento più unico che raro, segnando una macchia nella storia della nostra Nazionale, una delle due protagoniste del match che si disputò il 21 marzo del 1937 contro l’Austria a Vienna.
Per comprendere bene tutta la sequenza di fatti e situazioni che portarono a quella partita bisogna fare l’analisi del momento storico-politico che vivevano Italia e Austria, oltre a capire quali erano le forze calcistiche in campo.
In Italia il regime fascista, salito al potere nel 1922, si appropriò dello sport quasi subito, capendone l’importanza proprio come mezzo di propaganda, soprattutto del calcio, modificandolo con la promulgazione della Carta di Viareggio nel 1926, che sostanzialmente prevedeva l’introduzione del professionismo per i calciatori e la creazione di un girone unico nazionale per il campionato.
La Nazionale, che avrebbe spadroneggiato in lungo e in largo vincendo tutto il possibile durante gli anni Trenta, era selezionata da Vittorio Pozzo, che impose un nuovo sistema di gioco.
Il calcio inglese, che restava quello di riferimento, in pochi anni tatticamente era evoluto dalla “Piramide di Cambridge”, sistema di gioco molto offensivo, al “Sistema” ideato da Herbert Chapman, adattando la nuova disposizione in campo alle modifiche apportate alla regola del fuorigioco.

Pozzo sviluppò un sistema ancora più accorto, il “Metodo”, che curava di più la fase difensiva e sfruttava il contropiede per quella offensiva, ritenendolo il sistema di gioco più adatto alla mentalità degli italiani. Non portò, però, avanti questa idea da solo, perché lo studiò e applicò con l’austriaco Hugo Meisl.
Questi, alla pari dello stesso Pozzo, aveva ricoperto vari incarichi in ambito calcistico e federale, prima di diventare Commissario Tecnico dell’Austria e inventare, di fatto, il Wunderteam, la Squadra delle Meraviglie, che fu una delle vessillifere di quello che è passato alla storia come “Calcio Danubiano”, insieme a Cecoslovacchia e Ungheria.
Non fu un caso, quindi, che le grandi vittorie degli Azzurri avvennero tutte contro queste nazionali: la Cecoslovacchia nella finale mondiale del 1934; l’Austria in quella olimpica del 1936; ancora per il mondiale contro l’Ungheria nel 1938, oltre ad avere primeggiato due volte, e sempre contro queste squadre, nella Coppa Internazionale.
Quest’ultima era una competizione che includeva le rappresentanti del Calcio Danubiano più Italia e Svizzera, cui si aggiunsero altre nazionali nel corso delle varie edizioni: una partecipazione limitata e che non comprendeva certo tutte le nazioni del Vecchio Continente, ma che vedeva quella delle migliori dell’epoca, Regno Unito a parte, tanto da poter essere tranquillamente definita come l’antesignana di quello che oggi è il Campionato Europeo per Nazioni.
Fu proprio nell’ambito di questa competizione che Austria e Italia si trovarono di fronte quel 21 marzo del 1937, al “Prater” di Vienna.
Subito si capì che sarebbe stata una partita diversa, lo si respirava nell’aria, perché con la pioggia incessante rotolava giù dalle tribune odio verso gli Azzurri, verso ciò che rappresentavano, un alleato con chi voleva, e avrebbe ottenuto appena un anno dopo, la cancellazione dell’Austria, trasformata dall’anschluss in Ostmark, in provincia tedesca.
C’era anche odio sportivo, perché la Nazionale di Vittorio Pozzo rappresentava quel baluardo invalicabile che improvvisamente era diventato per il Wunderteam di Hugo Meisl: le Bianche Casacche austriache, infatti, avevano perso la semifinale mondiale del 1934, la gara decisiva per l’assegnazione della Coppa Internazionale del 1935 e, come già scritto, la finale olimpica di Berlino nel 1936.
Un avversario di cui sportivamente vendicarsi, e quella partita poteva essere l’occasione.
Non c’era più in panchina Meisl: il destino se l’era preso due mesi prima, evitandogli il dolore di vedere la sua nazione cancellata e la sua squadra smembrata.
Una squadra fortissima, guidata in campo dall’estro di Mathias Sindelar, Cartavelina, uno dei più forti giocatori di tutti i tempi, che rifiutò di giocare per i nazisti e probabilmente pagò questo rifiuto, trovato morto, apparentemente suicida insieme alla sua fidanzata italiana, nel 1939.

Tutto questo coacervo di emozioni esplose in campo già al fischio d’inizio dell’arbitro svedese Otto Ohlsson, che a metà del primo tempo sospese una prima volta il match per parlare ai giocatori delle due squadre, interprete proprio Pozzo, che parlava inglese e tedesco, comunicando che se la gara fosse continuata su quella falsariga, l’avrebbe sospesa.
Servì a poco, né gli animi si placarono quando l’attaccante di casa, Camilo Jerusalem batté Aldo Olivieri, portando in vantaggio i suoi sul finire di frazione, salvo essere espulso poco dopo per avere inseguito e colpito con un calcio Pietro Serantoni.
Nella ripresa, giocata dagli Azzurri in inferiorità numerica per gli infortuni di Serantoni e Giordano Corsi, all’epoca non esistevano le sostituzioni, gli austriaci raddoppiarono con un rigore trasformato da Josef Stroh, ma nemmeno questo calmò gli animi: a un quarto d’ora dal termine, per l’arbitro si arrivò al punto oltre cui era impensabile andare.
Dopo l’ennesimo episodio di violenza, a un quarto d’ora dal termine, visto l’aumentare dei tumulti anche sulle tribune, con il rischio concreto di invasione, l’arbitro sospese il match e guadagnò repentino la via degli spogliatoi, cosa che fecero anche gli italiani, tra gli improperi e gli insulti generali, che alla fine riuscirono a rientrare incolumi.
Resta la brutta pagina di storia che non possiamo chiamare di sport, in cui le implicazioni esterne prevalsero sulla semplice partita che pure sarebbe stata sicuramente accesa da una ferrea rivalità sportiva, ma null’altro.
Un esempio, infine, dei nefasti influssi che la politica può avere quando scende in campo, da cui si auspica sempre la separazione, ma che alla fine ci si rende conto essere impresa impossibile, perché lo sport, parte integrante del tessuto sociale, non può e non riesce a non essere strumentalizzato dalla politica.
Di seguito, il tabellino della Partita Sospesa.
21 marzo 1937 Vienna Stadio “Prater” Coppa Internazionale
AUSTRIA-ITALIA 2-0 (sospesa al 74°)
Austria: Platzer, Sesta, Schmaus, Adamek, Pekarek, Nausch, Zischek, Stroh, Sindelar, Jerusalem, Pesser. Selezionatori: Eberstaller e Gerö. All. Hussak.
Italia: Olivieri, Monzeglio, Rava, Serantoni, Andreolo, Corsi, Pasinati, Meazza, Piola, Ferrari, Colaussi. All. Pozzo.
Arbitro: Ohlsson (Svezia).
Espulso: 42′ Jerusalem (A)
reti: 41′ Jerusalem (A), 63′ Stroh (A) rig.











Ottimo e magistrale racconto di un episodio che non conoscevo.