di Raffaele Ciccarelli
Fare l’allenatore di calcio, o il selezionatore, significa anche essere il depositario di un’ideologia di vita, oltre che di idee calcistiche, dovendo tra l’altro avere la capacità, non comune, non scontata, di dover dirigere e gestire degli uomini e delle situazioni.
È evidente che per compiti così delicati ognuno porta il proprio bagaglio di esperienze e di cultura, per cui inevitabilmente il suo modo di gestire rifletterà la sua personalità.
Alcuni di loro hanno avuto un tale carisma, e una tale fermezza di idee, da entrare nell’immaginario collettivo e assurgere a veri e propri esempi: basta pensare all’ossessione di Arrigo Sacchi, alla spregiudicatezza tattica di Zdenek Zeman, al calcio conservativo e polemico di José Mourinho, alla sua ricerca del “rumore dei nemici”, alla filosofia tattica camaleontica inventata da Pep Guardiola.
Gli esempi potrebbero continuare, affondando le loro radici nella Storia, riferendosi a personaggi che possono essere identificati come i pilastri di questo sport: Vittorio Pozzo, Hugo Meisl, Herbert Chapman, Jimmy Hogan, Gustav Sebes.

Possiamo anche dire, basandoci proprio sull’evoluzione nel tempo della figura di allenatore di calcio, che essa si è venuta imponendo come selezionatore, perché il vero e proprio allenatore, quello del lavoro quotidiano sul campo, si è imposto molti anni dopo, più o meno dalla metà degli anni Sessanta, raggiungendo l’importanza attuale dalla seconda metà degli Ottanta in poi.
Prima erano i Commissari Tecnici i depositari del pensiero calcistico e della sua evoluzione, ed essi avevano la più disparata formazione, magari poca da calciatore, ma molta da dirigenti, arbitri, e anche da giornalisti. Forse non è casuale quest’ultima situazione, perché in fondo erano proprio i giornalisti quelli chiamati a “studiare” il calcio per poi raccontarlo, e perciò non è nemmeno un caso che il Commissario Tecnico più vincente della Storia, l’unico ad aver vinto due mondiali, sia il nostro Vittorio Pozzo che di mestiere faceva, appunto, il giornalista.

C’è stato nella storia un altro che probabilmente sarebbe riuscito a fregiarsi dell’alloro mondiale, pur avendo l’uso della penna come sua prima attività, uno che seppure misconosciuto al grande pubblico, seppure dalla porta di servizio, ha buon titolo di reclamare la sua presenza virtuale nell’empireo dei grandi: stiamo parlando del brasiliano João Saldanha.
Una prima cosa possiamo scrivere riguardo a questo personaggio: considerando la valenza del calcio in Brasile, la sua filosofia improntata tutta sul divertimento, l’edizione dei Verde Oro che aveva pensato e propose Saldanha rispondeva in pieno a quei canoni.

João Alves Jobin Saldanha nacque ad Alegrete, un comune dello stato di Rio Grande do Sul, nella zona al confine tra Argentina e Uruguay, e da subito la sua vita fu piena di avventura e, soprattutto, militanza politica, mostrando grande coraggio, sia nelle azioni pratiche, sia nelle battaglie dialettiche e giornalistiche che avrebbe portato avanti nella sua vita, tanto da meritarsi l’appellativo di Sem Medo, senza paura.
Tra verità e fantasia, con molti fatti inventati da lui stesso per amplificare il proprio mito e personaggio, tra contrabbando di armi, sbarco in Normandia, partecipazione alla Lunga Marcia in Cina, una era la verità incontestabile, la sua militanza nel Partito Comunista, abbracciando un’ideologia che lo avrebbe accompagnato per tutta la sua vita, anche nel suo calcare i campi di calcio, che fece poco ed esclusivamente con i colori bianco e nero del Botafogo, la squadra di Rio de Janeiro che sarebbe ricorsa nella sua storia.

Intanto si laureò in Legge e intraprese la carriera nel giornalismo sportivo, mantenendo sempre un atteggiamento e un linguaggio corrusco e polemico, che gli procurò più di una rissa, a volte difendendosi con la pistola che portava sempre con sé, il ferrinho, per fortuna non arrivando mai a danni irreparabili.
Questa sua brillantezza e la competenza dimostrata gli valsero la chiamata alla guida del Botafogo che, nel 1957, forte anche della presenza in squadra di fuoriclasse quali Garrincha, Didì, Nilton Santos, condusse alla vittoria del campionato carioca, superando il Fluminense nella gara decisiva.
Ben presto, però, contrasti con la dirigenza lo portarono a rassegnare le dimissioni e a dedicarsi al suo mestiere di giornalista, mentre di lì a poco sarebbe cambiato lo scenario politico.

Il primo aprile 1964 ci fu un colpo di stato che sostituì il presidente João Goulart con una dittatura militare, cui sarebbero seguiti quelli in Cile, Uruguay, Bolivia, Paraguay, Argentina, a segnare il periodo turbolento che visse quella parte del mondo in quel ventennio, finendo per far parte tutte dell’Operazione Condor, l’accordo con cui queste dittature militari, con l’appoggio anche degli Stati Uniti, si scambiavano informazioni per l’eliminazione di dissidenti e oppositori, soprattutto di matrice comunista.
Il regime dei Gorillas in Brasile, come era conosciuto, fu in generale forse il meno cruento di quelli citati, ma altrettanto coercitivo e limitativo delle libertà individuali.
Questa era la situazione che si viveva nel Gigante Sudamericano, e in cui Saldanha rappresentava di certo una voce in opposizione che non temeva di far sentire contro il regime di Emilio Garrastazu Medici, che nel frattempo era salito al potere.
In quegli anni in Brasile si viveva anche una sorta di caos calcistico che originava dalla precoce eliminazione al mondiale inglese del 1966, dove peraltro i verde oro furono abbondantemente “picchiati” dagli avversari, e per tacitare le tante polemiche intorno alla Nazionale, João Havelange, futuro capo della Fifa allora presidente della CBF, ebbe un’idea sconcertante e geniale al tempo stesso: quella di mettere proprio un giornalista a capo della Seleçao, e il 4 febbraio 1969 il nome annunciato fu quello di João Saldanha.
Subito questi si distinse per la sua originalità, annunciando, a poco più di un anno dall’inizio del mondiale in Messico e a qualificazione ancora da conquistare, gli undici che avrebbero giocato e le loro riserve, mettendo subito in risalto la caratteristica per cui è passata alla storia quella squadra: il Brasile dei Cinque Dieci.

Saldanha, nella sua idea di calcio, aveva una convinzione che precorse i tempi di quasi sessant’anni, lampante nella tendenza del calcio di oggi: “Nessun calciatore è padrone di una zona del campo. è ora di andare oltre le posizioni fisse sul terreno di gioco”.
Forte di questo concetto, egli capì che poteva far convivere senza problemi in campo i suoi fuoriclasse: Jairzinho a destra, Rivelino a sinistra, Gerson regista, Pelé fantasista e Tostão attaccante
Fu così che il Brasile selezionato da Saldanha affrontò le qualificazioni mondiale, vincendo tutte le gare nel girone con Colombia, Paraguay e Venezuela, mettendo a referto ventidue reti fatte contro solo due subite.
Saldanha, però, non era destinato a godersi la sua creatura, perché continuava a far sentire la voce del suo dissenso verso il regime di Medici, che iniziò contro il CT una campagna denigratoria, cercando anche di imporgli la convocazione di Dadà Maravilha, attaccante che militava nell’Atletico Mineiro di cui il dittatore era tifosissimo, ma che ricevette la tagliente risposta di Saldanha: “Direi che il Generale Medici farebbe meglio ad occuparsi dei suoi ministri, lasciando perdere le cose serie”.
A questo si aggiunse anche il non buon rapporto con alcuni collaboratori e soprattutto con Pelé, sommando il tutto ci fu poca sorpresa quando il 17 marzo 1970, quattrocento giorni dopo il conferimento dell’incarico, a meno di due mesi dall’inizio dei mondiali, ritornando sulle sue decisioni Havelange esonerò Saldanha, sostituendolo con Mario Zagallo, già vincitore da giocatore e gradito anche al potere.
L’ormai ex CT si adontò poco, riprese il suo lavoro di giornalista commentando a suo modo il suo esonero: “Perché mi hanno fatto fuori è facile capirlo. Più difficile è capire perché mi abbiano assunto”.
Zagallo non toccò nulla dell’impianto che aveva creato il suo predecessore, pur convocando Dadà Maravilha non lo avrebbe mai fatto giocare, e quel Brasile andò a vincere la terza, e definitiva, Coppa Rimet nella finale contro l’Italia.
Lo spirito libero di questo straordinario personaggio Sem Medo, che ben merita di restare nella memoria storica di questo sport, lasciò le sue spoglie mortali a Roma nel 1990, mentre seguiva il mondiale, che aveva virtualmente vinto nel 1970.










