di Raffaele Ciccarelli

Attraversare un pezzo di Storia del calcio senza urlare, senza proclami e polemiche oggi sembra impresa ardua, quasi impossibile, ma proprio la Storia ci insegna che personaggi così ci sono ancora e ci sono stati, e uno di questi si può identificare in Rino Marchesi. Lombardo di S. Giuliano Milanese, inizia la sua carriera di mediano elegante, e poi difensore, nel Fanfulla per poi passare all’Atalanta, ma è con il suo trasferimento alla Fiorentina che raggiunge i suoi vertici. Con la maglia viola conquista due successi due volte in accoppiata, vincendo Coppa Italia e Coppa delle Coppe nella stagione 1960/1961, questa seconda alla sua prima edizione, con in panchina il mitico Nandor Hidegkuti, e sempre Coppa Italia e Mitropa Cup in quella 1965/1966, passando poi alla Lazio, riportandola in Serie A nella stagione 1968/1969, prima di chiudere la carriera attiva al Prato. Subito inizia il suo percorso da allenatore, facendo tanta Serie C, prima di approdare nella massima serie, chiamato dall’Avellino, conquistando con gli irpini due undicesimi posti e salvezze tranquille, mettendo in mostra un gioco ordinato ed efficace che gli valse la chiamata del Napoli nella stagione 1980/1981. Qui, in una piazza calda come quella partenopea, Marchesi riuscì a imporre la sua pacatezza e la sua sobrietà, nella stagione difficile del dopo terremoto con quella squadra costituì un punto di riferimento in una popolazione prostrata che doveva ricostruirsi, arrivando al terzo posto subito dietro la Juventus e la Roma, mancando lo scudetto a poche giornate dalla fine, con in organico campioni quali Luciano Castellini tra i pali, Beppe Bruscolotti in difesa, soprattutto Ruud Krol a fare da collante e regia a centrocampo, una buona squadra che seppe dare filo da torcere alle grandi contendenti dell’epoca.

Dopo un’altra stagione in cui seppe isolare la squadra dalle turbolenze societarie, ci fu il passaggio all’Inter di Ivanoe Fraizzoli per un solo anno e un altro terzo posto, prima di ritornare a salvare il Napoli e a tenere a battesimo il primo anno in azzurro di Diego Armando Maradona. Fu un anno difficile, Maradona impiegò tutto il girone di andata per capire il nostro calcio, il Napoli era in zona retrocessione, poi l’esplosione nel girone di ritorno, la salvezza tranquilla con un ottavo posto che non gli valse la riconferma. Dopo un passaggio al Como, Marchesi approdò alla Juventus, anche qui senza vittorie, senza soddisfazioni, perché i bianconeri erano alla fine del ciclo di Michel Platini e si ritrovarono stretti nella morsa del Napoli finalmente scudettato e del Milan di Silvio Berlusconi e Arrigo Sacchi. Dopo qualche altra stagione in panchina, tra Udinese, Venezia e Spal, l’ultima a Lecce gli portò una dolorosa retrocessione che chiuse la sua carriera. Un uomo d’altri tempi, Rino Marchesi, che forse ebbe poca soddisfazione come successi concreti ma tanta ottima considerazione, con il privilegio di avere allenato il primo Maradona e l’ultimo Platini in bianconero, l’intimo piacere di avere contribuito a costruire il Napoli dei primi scudetti.

Rino Marchesi 1982

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