di Raffaele Ciccarelli
Nel corso degli anni, e della sua storia, il gioco del calcio ha subito notevoli cambiamenti in tutto il suo sistema, che riguardi il gioco in sé, il ruolo dei suoi protagonisti, giocatori e allenatori, il linguaggio stesso di chi racconta tutto questo.
Chiaramente, mentre per quest’ultimo tutto è legato alle nuove tecnologie, per quel che riguarda il gioco, invece, dipende molto dall’evoluzione dei ruoli, una volta ben delineati e oggi più fluidi, funzionali all’idea che, solitamente, propone l’allenatore, passato egli stesso da figura marginale a protagonista quasi assoluto.
Resta centrale l’evoluzione dell’interpretazione dei ruoli, spesso legata a modifiche regolamentari: il cambiamento più evidente riguarda, ovviamente, quello del portiere, che il gioco moderno vuole bravo con i piedi, libero aggiunto, ruolo quest’ultimo che è invece scomparso, sacrificato alla “linea difensiva”.

È cambiata anche l’interpretazione stessa della figura del giocatore, prima c’erano le cosiddette “bandiere”, che si legavano a vita a un club diventandone un simbolo, mentre per il calcio-business di oggi i calciatori sono in pratica una sorta di industria tesa a fare soldi e pronti a vestire i colori del miglior offerente.
Una volta era chiara la definizione dei ruoli, come scritto sopra, portiere, terzini, stopper, libero (appunto), centrocampisti, ali, mezzali, centravanti, numeri definiti dall’uno all’undici che inquadravano anche lo schieramento in campo.
Tra tutti i cambiamenti citati, c’è stato uno che si è verificato in maniera quasi silenziosa, però sostanziale: quello del terzino, identificando con questo ciò che oggi è conosciuto come “esterno basso”.

Con il termine terzino era indicato il difensore esterno che, come i due centrali, stopper e libero, era rigidamente ancorato alla posizione e doveva occuparsi solo di marcare i rispettivi avversari, le ali nel caso dell’esterno.
Il cambiamento più evidente, poi, come abbiamo sempre evidenziato già sopra, riguarda lo status del calciatore che ne ha fatto perdere la radicalità nel club.
In pratica, oggi non esistono più quei giocatori che si identificavano subito con i colori che indossavano: il Santos se si pensa a Pelé, l’Ajax di Johan Cruijff, il Bayern Monaco di Franz Beckenbauer o, per venire ai nostri lidi, il Milan di Gianni Rivera, Franco Baresi o dei Maldini, l’Inter di Giacinto Facchetti, Giampiero Boniperti e Alessandro Del Piero con il bianco e nero della Juventus, Francesco Totti con la Roma.
Una tipologia di giocatori che non c’è più, che possiamo trovare incarnata, anche nella trasformazione tecnica del ruolo, in un nome ben preciso: Jimmy Armfield.

James Christopher Armfield nacque nella contea di Greater Manchester, precisamente a Denton, cittadina dedita all’industria tessile, nel 1935, ma durante la seconda guerra mondiale si trasferì con la famiglia più a nord, a Blackpool, che sarebbe diventata la città del suo destino.
Questa era una cittadina che divenne, e lo è tuttora, una delle più importanti località balneari dell’Inghilterra, affacciandosi sul mare d’Irlanda, tanto amena da essere scelta come sede di vacanza da Adolf Hitler nel caso di invasione dell’isola, per cui fu bombardata una sola volta per ordine del Führer stesso.
Fu qui che Jimmy iniziò a muovere i suoi primi passi da calciatore e dove avrebbe trascorso l’intera carriera.

Il Blackpool Football Club milita attualmente in League One, la terza divisione inglese, fu fondato nel 1887 e, dopo i primi anni di assestamento fatti di promozioni e retrocessioni, ebbe il suo momento di massimo fulgore in First Division tra la fine degli anni Trenta e gli anni Cinquanta, quando tra le sue fila militò anche il mitico Stanley Matthews che contribuì all’unica vittoria di rilievo dei Tangerines, la FA Cup del 1953, in quella che è passata alla storia come Matthews Final e vide la tripletta vincente di Stan Mortensen nel quattro a tre contro i Bolton Wanderers, ancora oggi l’unico capace di realizzare una tripletta nella finale di quella competizione.
Fu subito dopo questa vittoria che Armfield iniziò la sua carriera di terzino destro nel Blackpool, una carriera da 627 partite totali, record di presenze, tutte con la maglia arancione della squadra della sua città.

Fin dal suo debutto si distinse per il suo modo di intendere il ruolo, inventando di fatto la sovrapposizione, spingendosi sempre in attacco sulla destra con un’intesa, micidiale per gli avversari, proprio con Matthews, sfruttando anche la sua vocazione iniziale, che era quella di ala.
Arrivò la chiamata in nazionale, con la maglia dell’Inghilterra fu titolare al mondiale cileno del 1962 conclusa ai quarti di finale contro il Brasile che sarebbe poi andato a vincere la sua seconda Coppa Rimet, ma che gli valse il titolo di miglior terzino destro del mondo.
La fama e le gesta di Armfield si consolidarono sempre di più nel fortino della sua squadra, il Bloomfield Road che lo vide protagonista, come scritto, dell’intero arco della sua carriera, durata diciassette anni, con un palmares privo di titoli, ma per sua stessa scelta, perché richieste non solo in Inghilterra, ma da tutta Europa, non mancarono.

Tante, quindi, le particolarità legate a questo straordinario giocatore, precursore anche dei tempi nell’interpretazione del ruolo, che andava oltre la rigidità del Sistema che andava in voga all’epoca, la più curiosa riguarda forse proprio il suo palmares.
Con la maglia del Blackpool, tranne una promozione in First Division, può vantare solo il secondo posto in campionato nella stagione 1955/1956 vinta dal Manchester United, poi alcuni traguardi mancati.
Pur essendo stato un giocatore estremamente rappresentativo, sia per il suo club, sia per la nazionale, Armfield detiene anche uno strano record: quello di avere vinto due competizioni senza parteciparvi.
Gli venne, infatti riconosciuta la vittoria nella coppa Anglo-Italiana nel 1971, nel torneo tra squadre inglesi e italiane, nato l’anno prima e durato fino al 1996, il Blackpool si impose due a uno ai supplementari sul Bologna, ma Armfield non vi partecipò essendosi ritirato pochi giorni prima.

Un po’ il destino del mondiale del 1966, l’unico vinto dalla nazionale dei Tre Leoni, di cui Armfield era il capitano, ma che non giocò, pur facendo parte della rosa, per un infortunio subito in un’amichevole di preparazione, perdendo la premiazione dell’epoca, perché tra il 1930 e il 1970 erano riconosciuti campioni solo quelli che disputavano la finale, anche se il “torto” fu riparato con l’assegnazione della medaglia Fifa nel 2009.
Una storia curiosa di un giocatore eccezionale che, tra le tante particolarità, vanta quella di essere stato il primo a interpretare un ruolo, quello di terzino, creando la sovrapposizione, un amore unico per la sua maglia, riconosciuto dai tifosi, che lo hanno omaggiato con una statua che lo ricorda fuori dal suo stadio, il Bloomfield Road.










