di Raffaele Ciccarelli
In questo nostro viaggio nella storia dei personaggi e degli eventi che hanno inciso nel calcio, abbiamo spesso sottolineato come il talento non conosca età, genere e soprattutto colore della pelle.
È, quest’ultimo, un elemento molto sensibile, che non dovrebbe mai creare discriminazioni, ma purtroppo, nonostante il trascorrere degli anni e i retaggi storici positivi che questi sedimentano, qualche pericoloso rigurgito razzista resta pericolosamente presente nella parte oscura dell’essere umano.
Il calcio oggi si potrebbe considerare quasi zona franca, almeno dal punto di vista partecipativo, tenendo conto dei tanti giocatori di colore e di origine africana che lo compongono, per la verità quasi un dominio, grazie al patrimonio genetico di cui li ha dotati Madre Natura e che permette loro di abbinare qualità tecniche, ormai riconosciute in tutto il mondo, a doti fisiche il più delle volte fuori dal comune per i canoni del calciatore standard.

Non è sempre stato così, naturalmente, anche il solo scendere in campo è stato a lungo una chimera, basti pensare che occorre aspettare il novembre del 1978 per vedere un giocatore di colore debuttare con la maglia dell’Inghilterra: fu in amichevole contro la Cecoslovacchia che il 29 novembre fece la sua prima apparizione con la maglia dei Tre Leoni Viv Anderson, difensore all’epoca in forza al Nottingham Forest, con cui tra l’altro vinse anche due storiche Coppe dei Campioni.
Oppure ricordare la storia di Jack Leslie, talentuoso giocatore del Plymouth Argyle, sempre in Inghilterra, che fu addirittura convocato in nazionale, eravamo negli anni Venti, salvo rispedirlo a casa perché non si erano resi conto che era un giocatore di colore.
Episodi che oggi possono far sorridere, ma che non possono non suscitare un retrogusto amaro nello scriverli. Condizionamenti e discriminazioni soprattutto europee, perché dall’altra parte dell’emisfero calcistico, in Sud America, tutto questo era già stato superato, i giocatori bravi erano convocati anche nelle nazionali indipendentemente dal colore della pelle e, prima di Pelé in Brasile, in Uruguay furoreggiò José Leandro Andrade, uno tra i primi fuoriclasse del calcio mondiale

Nacque a Salto, la seconda città per importanza dopo Montevideo, e già la sua nascita è ammantata di leggenda, la madre era argentina e si racconta che il padre, Josè Ignacio, lo ebbe quasi centenario, e che fosse discendente da uno sciamano africano.
Sia come sia, in José junior si mescolarono geni brasiliani e argentini che insieme all’indigena garra charrua, crearono un mix che ebbe la sua sublimazione nel calcio.
Cresciuto in povertà per strada, arrangiandosi in mille mestieri, dal lustrascarpe allo strillone, al suonatore di tamburo, fu proprio quella musica che gli rimase nel sangue, a dettargli il ritmo con cui trattava il pallone.
Era magia pura la sua tecnica calcistica, che gli permetteva di controllare il pallone come mai si era visto fino allora, come anni dopo avrebbe fatto un altro sudamericano, perché nel sinistro di Diego Armando Maradona albergava la stessa magia calcistica.
Queste sue qualità pedatorie non passarono inosservate nemmeno tra le polverose strade di Montevideo, dove si era trasferito e dove si improvvisavano partite che finivano per attirare le attenzioni, dei semplici appassionati e degli addetti ai lavori.
Intanto tutto il calcio sudamericano stava vivendo un momento di cambiamento epocale accettando, e l’Uruguay per primo, i giocatori di colore tra le proprie file.
Fu il Club Atletico Bella Vista, fondato un anno prima, nel 1920, ad assicurarsi le sue prestazioni, cedendolo, dopo due stagioni, al prestigioso Nacional di Montevideo, dove non riuscì a vincere il campionato, sempre piazzandosi, ma quella seconda metà degli anni Venti coincise con la sua consacrazione internazionale con la maglia Celeste della nazionale.

Andrade in campo occupava il ruolo di mediano difensivo, abbinando forza fisica all’estro che sprigionava dai suoi piedi, aveva già fatto parte delle due selezioni che, nel 1923 e nel 1924, entrambe le volte nella stessa Uruguay, avevano vinto la Coppa America, con la seconda che valse il biglietto aereo per la Francia, dove erano in programma i Giochi dell’VIII Olimpiade.
Giunti quasi con mezzi di fortuna nella capitale transalpina, i giocatori uruguagi erano considerati per lo più come attrazione esotica, ma quello che successe in campo fece presto cambiare opinione a tutti.
L’inizio fu scioccante, nella prima gara di qualificazione contro la Jugoslavia, nel mitico stadio “Colombes”, la Celeste guidata dal capitano José Nasazzi e con Andrade a dare spettacolo surclassò gli avversari per sette reti a zero, sciorinando un gioco che mai si era visto fino allora sui campi europei.

Nel match seguente furono gli Stati Uniti a inchinarsi alla doppietta di Pedro Petrone e al gol di Hector Scarone, la sorpresa continuò nei quarti, quando furono i padroni di casa della Francia a conoscere la forza del calcio dei sudamericani, perdendo cinque a uno.
La semifinale con i Paesi Bassi fu, invece, molto combattuta e risolta solo nel finale, per veicolare la Celeste all’oro olimpico nella finale, senza storia, contro la Svizzera, superata per tre a zero.
Oltre che sul campo, Andrade si fece notare anche per la vita notturna della Ville Lumière., scatenando la sua indole bohémien e artistica, con anche una chiacchierata amicizia con Jospehine Baker, lei ammaliatrice sui palcoscenici come lui incantatore sui campi da gioco.
Fu forse in quegli stessi momenti di esaltazione che si radicò anche il suo declino successivo, gli eccessi della vita notturna francese della Merveille Noire si sarebbero fatti sentire portandolo a una fine prematura, ma non prima di mietere altri successi.
Nel 1926 venne la conquista della terza Coppa America del suo palmares, in Cile, poi fu la volta di volare nei Paesi Bassi, ad Amsterdam, per i Giochi della IX Olimpiade nel 1928.
Stavolta la nazionale uruguagia non fu considerata sprovveduta, tutti si aspettavano di rivedere il loro gioco armonioso e lo stile della Maravilla Negra, e così fu: i Charruas prima superarono i padroni di casa, due a zero, poi nei quarti la Germania con un eloquente quattro a uno.
In semifinale si trovarono di fronte l’Italia, fu una gara molto combattuta, gli azzurri passarono anche in vantaggio con Adolfo Baloncieri, ma non poterono nulla contro lo strapotere dei sudamericani, che già nel primo tempo si erano portati sul tre a uno, per le reti di José Cea, Antonio Campolo e ancora Sacrone, cui rispose Virgilio Levratto, ma senza più cambiare l’esito finale.
Per gli azzurri sarebbe arrivato, poi, il primo titolo della loro storia, la medaglia di bronzo nella sfida con l’Egitto, mentre per l’oro la finale fu tutta sudamericana, tra Uruguay e Argentina.
La gara terminò uno a uno, come era regolamento dell’epoca occorreva la ripetizione, nel secondo match una rete sempre di Scarone nel finale ruppe l’equilibrio persistente stabilito dalle reti di Roberto Figueroa e Luisito Monti, dando il secondo titolo olimpico alla sua nazionale.

Bisogna fare una precisazione: il campionato del mondo di calcio non esisteva ancora, la prima edizione si sarebbe giocata due anni dopo, nel 1930, proprio in Uruguay, di fatto i Giochi Olimpici rappresentavano la massima competizione calcistica per nazionali e perciò, credo a ragione, l’Uruguay può considerare quei due titoli olimpici alla stregua di vittorie mondiali.
Vittoria iridata che sarebbe giunta, appunto, nel 1930: la nazionale selezionata da Alberto Suppicci, sempre con Andrade perno centrale e la maggior parte degli olimpionici, superò Perù (1-0) e Romania (4-0) nel girone, non dette scampo alla Jugoslavia in semifinale (6-1) e si impose all’Argentina in una finale tesa ma trionfale, rivincita di quella olimpica di due anni prima, stavolta con un perentorio quattro a due, con Andrade che, pur non al massimo della forma, ormai declinante, fu comunque considerato il miglior giocatore del torneo.
Fu il punto più alto della sua carriera e il suo addio alla nazionale, poi l’approdo al Peñarol, dove vinse i campionati nel 1932 e nel 1935, anno in cui si ritirò.
Gli eccessi della sua vita sregolata si presentarono a saldare il conto, la sua vita da Maravilla Negra si trasformò in un lento sopravvivere, dalle luci della ribalta all’oblio, fino alla fine in un malinconico tramonto, nel 1957.
Triste, Solitario y Final, come il personaggio dell’argentino Osvaldo Soriano.










Ancora una bella pagina di Storia di un atleta per me sconosciuto. Raffaele ha rievocato eventi e descritte le qualità di un calciatore dei primi decenni del ‘900. Sono particolari che ci aiutano a comprendere com’era il Calcio di una volta.