di Mario Maestri

Uno dei molti interventi piuttosto sopra le righe di Donald Trump, in cui si rivolge ai suoi avversari o a chi non la pensa coma lui in maniera che è eufemistico definire scortese, risale alla sua prima campagna elettorale, nel 2015, quando in un discorso contro l’allora Segretario di stato John Kerry, che si rompe il femore pedalando nei dintorni di Scionzier, nell’Alta Savoia, mette assieme antipatie personali, visone politica, situazione internazionale, soffermandosi tra l’altro su situazioni che ritornano nella sue posizioni degli anni successivi: “Impedirò all’Iran di dotarsi di armi nucleari. E non conteremo su un uomo come il Segretario Kerry, che sta facendo un accordo orribile e ridicolo, […] e poi va a una gara di ciclismo a 72 anni, cade e si rompe una gamba. Io non lo farò. E prometto che non parteciperò mai a una gara ciclistica”.

Peccato però che il futuro presidente USA sembri dimenticarsi che di gare ciclistiche si sia occupato, e come, qualche anno prima.

I tappa 1989 New Paltz

Partiamo dal fatto che, tra fine anni ’70 e primi anni ’80, l’interesse americano per il ciclismo su strada vada aumentando: il primo segnale interessante può essere un film vincitore dell’Oscar per la migliore sceneggiatura originale nel 1980, “All American Boys”, con un giovane Dannis Quaid, in cui si narra la storia di un ragazzo che sogna bicicletta ed Italia, rimanendo in parte deluso dall’incontro con il ciclismo professionistico. Nel mondo reale, Greg Lemond si fa conoscere in Europa, vince il mondiale nel 1983, poi il suo primo tour nel 1986; Alexi Grewal  e Connie Carpenter conquistano le medaglie d’oro nelle prove in linea delle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984; nel 1985 la 7 Eleven si affaccia tra le squadre ciclistiche professionistiche; Andy Hampsten fa suo il Giro d’Italia nel 1988; tra il 1980 ed il 1988 si disputa negli States una corsa a tappe, la Coors Classic, sia maschile che femminile, che vede nel suo albo d’oro nomi di tutto rispetto: Greg Lemond, Bernard Hinault, Raùl Alcalá, Davis Phinney tra gli uomini, Jeannie Longo, Maria Canins, Connie Carpenter tra le donne; infine, per seguire il Tour, la CBS invia in Francia un suo inviato, John Tesh, che diventerà poi famosissimo come personaggio televisivo e più ancora come musicista (sarà tra l’altro l’autore di “Roundball Rock”, per anni sigla della trasmissione dedicata al basket “NBA on NBC”, e di un album dal titolo emblematico, Tour de France, nel 1988).

Ekimov I tappa 1989

Ed è proprio da lui che inizia la nostra storia.

John Tesh rimane colpito dalle capacità di coinvolgimento delle folle e di narrazione possedute del Tour, contatta, tra 1987 e 1988, Billy Packer, influente commentatore del basket NCAA alla NBC prima e alla CBS poi, proponendogli di creare anche negli Stati Uniti una corsa ciclistica a tappe “ad alta copertura mediatica”, televisivamente spettacolare, capace di attrarre sponsor e audience. L’idea è sicuramente ambiziosa e se vogliamo un po’ stramba, visto il contesto nordamericano: ci vuole senz’altro un consistente intervento finanziario per mettere in piedi un’iniziativa di tale portata. Packer pensa allora di coinvolgere un rampante proprietario di Hotel e Casino, che potrebbero avere un ritorno pubblicitario da una sponsorizzazione del genere, si tratta di Donald Trump, che ha allora 42 anni, un ego già piuttosto ipertrofico (lo dimostra tra l’altro la tendenza a ribattezzare con il suo nome hotel e casino storici e non solo) oltre ad un interesse per lo sport, boxe e wrestling soprattutto, come veicolo di promozione.

Bill Packer, che, per sua ammissione, di ciclismo non sa nulla, pensa di organizzare una corsa a tappe nel New Jersey, sponsorizzata dai casinò, e sonda la disponibilità di Trump, proprietario appunto di un paio di templi del gioco d’azzardo ad Atlantic City. Il progetto definitivo – con la conduzione tecnica affidata a Mike Plant, ex-pattinatore su ghiaccio e membro del Comitato olimpico statunitense – allarga la corsa ad altri stati con l’intento di interessare altri finanziatori; Packer contatta nuovamente Trump e pur di coinvolgerlo nell’operazione, propone di battezzare la corsa “Tour de Trump”. La narrazione successiva vuole che Trump – più per sorpresa che per modestia, dote per cui non s’è mai contraddistinto – rifiuti inizialmente la proposta, salvo poi accettarla dopo qualche istante di riflessione. Il sogno dichiarato era diventare grandi quanto il Tour de France, se non di più!

Tour de Trump 1989

Le reazioni della stampa alla notizia non si fanno attendere. Il 7 dicembre 1988, sull’autorevole New York Times, appare un articolo intitolato “Will Donald Now Become A Big Wheel?” – “Adesso Donald diventerà un pezzo grosso?” – che gioca sul valore proprio e traslato di “Big Wheel”; l’autore è George Vecsey, giornalista sportivo e scrittore, che confesserà poi (nel settembre 2016, sul suo sito) “il senso di colpa di un giornalista sportivo che ha scherzato su Trump”, scrivendo delle osservazioni interessanti sul personaggio e sulla sua sostanziale sottovalutazione: “nella sua città natale, dove era più conosciuto, era sempre una barzelletta, un impostore, un fanfarone, un pisher (termine yiddish che indica un inetto velleitario, n.d.a), come diciamo a New York. E io ho contribuito a questo usandolo come battuta finale per qualcosa di pacchiano, qualcosa di banale, qualcosa di assurdo”.

Nel colorito articolo del 1988 Vecsey infatti si chiede “Come chiamereste una corsa ciclistica che si snoda lungo la Hudson Valley, rischia la vita tra i tossicodipendenti, i tagliagole, i trasgressori del semaforo rosso, i banditi e i pazzi di New York, per poi dirigersi verso la Pennsylvania, la Virginia, il Maryland e il Delaware, prima di concludersi nel cuore filantropico di Atlantic City?”. Quello che ci interessa di più è la risposta “Potreste chiamarla Tour of the Colonies. Potreste chiamarla Tour of the East. Potreste chiamarla Middle Atlantic Tour. Se voleste essere solo un po’ pretenziosi, potreste chiamarla Tour de l’Est o Tour de Printemps. Lui la chiama Tour de Trump. Il titolo stesso è fuorviante, perché implica un tour intorno, sopra e attraverso un’entità chiamata Trump, iniziando forse dai suoi capelli impomatati e concludendosi infine sulle sue scarpe lucide”.  Come dire, già allora era abbastanza chiaro a chi volesse osservare le sue azioni che l’operato del tycoon avesse comunque al centro se stesso e ogni possibilità di farsi propaganda in ogni ambito possibile.  Trump allora non pensa ancora alla politica, lo afferma lui stesso in un’intervista di poco precedente all’inizio della corsa in cui, dopo aver dichiarato che, con l’aiuto della NBC, la competizione diventerà equivalente al Tour de France, alla domanda su un suo eventuale futuro politico da lì a dieci anni risponde: “Io non mi vedo come un politico. Penso di dire quello che penso, forse troppo schiettamente. Mi piace dire la verità. Non sono sicuro che un grande politico possa sempre dire la verità”.  Forse oggi Trump, che politico invece lo è diventato, potrebbe riflettere su questa sua affermazione di un tempo ormai remoto.

La prima edizione del Tour de Trump si svolge dal 4 al 14 maggio 1989, con partenza da Albany, New York, e arrivo a Richmond, Virginia. Dieci tappe, 1339 chilometri, cinque stati, 114 corridori di 19 squadre (otto professionistiche, tra cui PDM, 7 Eleven, Panasonic, ADR, e 11 dilettantistiche, fra le quali l’olandese Sauna Diana, sponsorizzata da un locale a luci rosse) da 15 Paesi, attirate da un monte premi per i tempi faraonico: 250.000 dollari, di cui 50.000 al vincitore, cifre che fanno preferire in più di un caso questa competizione alla Vuelta a España, che allora si correva tra aprile e maggio.

Fra i partenti, difficile ricostruire le liste complete, anche Greg LeMond, già vincitore di un Tour de France (nel 1986, avrebbe poi trionfato altre due volte, nel 1989 e nel 1990), assolutamente fuori forma, accanto ad altri nomi noti del circuito europeo, come gli olandesi Lubberding, Van Vliet e Theunisse, gli statunitensi Kiefel, Hampsten e Phinney, i belgi Vanderaerden e Nulens, il britannico Sean Yates, l’australiano Peiper, il russo Ekimov, il norvegese Dag Otto Lauritzen, “l’epitome dello stoico dio norreno”, come lo definisce, un po’ enfaticamente, il suo compagno di squadra alla 7 Eleven, Davis Phinney, vincitore di due tappe, in un articolo per il New York Times alla conclusione della corsa, il 14 maggio 1989.

Fu proprio lo scandinavo, a vincere, davanti a Lubberding, Vanderaerden e Theunisse, anche se l’edizione venne dominata da Eric Vanderaerden, vincitore di quattro tappe; però proprio nell’ultima decisiva cronometro, con arrivo davanti al Trump Plaza Hotel and Casino di Atlantic City, il belga, complice un’organizzazione approssimativa, con gli steward che danno informazioni alle auto e non ai ciclisti, sbaglia strada e si gioca il primato.

Una curiosità: nella prima tappa vince, con la maglia rossa dell’URSS, Viatcheslav Ekimov (allora dilettante, passerà professionista l’anno successivo con un ingaggio faraonico), facendo risuonare alla premiazione l’inno sovietico, non sappiamo con che gradimento da parte del “titolare” della corsa. Siamo tra l’altro nella cittadina universitaria di New Paltz , nello stato di New York, ove gruppi di spettatori protestano contro Trump, che vedono come simbolo di un capitalismo corrotto e immorale: significativi un cartello in cui il futuro presidente è definito “Signore delle Mosche”, ricordando il titolo del romanzo del Nobel William Golding, e un altro in cui l’allora consorte Ivana viene assimilata a Imelda, moglie del dittatore filippino Ferdinand Marcos (famosa tra l’altro per la sua collezione di scarpe, 2700 paia).

Proteste 1989

Grazie anche alla imponente copertura televisiva della NBC, che trasmette per sei ore al giorno, dedicando sette commentatori all’evento con dirette in un centinaio di paesi, e alla visibilità che gli viene dagli sponsor (tra cui BMW, Domino’s Pizza, Gatorade, HP, Nike), il primo Tour de Trump riscuote un buon successo, con una notevole presenza di pubblico entusiasta e sportivo sulle strade. “Vanderaerden ha notato che la folla esulta per tutti. Forse è la novità dell’evento, o forse è la natura partecipativa di questa maratona che incoraggia le persone a tifare per l’ultimo arrivato, a prescindere da tutto. Chi lo sa?”, scrive Phinney nel già citato articolo.

Il direttore di corsa Mike Plant è entusiasta: “Siamo già una corsa grossa, e diventeremo ancora più importanti”. Trump aggiunge: “Abbiamo già ricevuto telefonate dalle città più grandi della costa est, l’anno prossimo potremmo raggiungere Boston, Philadelphia o Washington, o andare da costa a costa”; dichiara inoltre, con la consueta misura, “sento che quando lego il mio nome a qualcosa, devo fare in modo che questa cosa abbia successo. Il mio nome è probabilmente la mia più grande risorsa e io ho delle belle risorse”.

Locandina 1989

Per non farsi mancare nulla, Trump scatena pure un’offensiva legale contro il Tour de Rump, modesta corsa locale ad Aspen, in Colorado, nata in precedenza, colpevole di avere una denominazione troppo simile a quelle della “sua” competizione; la cosa finisce in nulla, ma dà un’idea del personaggio e della sua modalità di approccio a quelli che possono apparire ostacoli alla sua affermazione.

Il secondo Tour de Trump, nel 1990, si ingrandisce: un prologo e tredici tappe per 1760 chilometri di gara, da Wilmington, nel Delawere, a Boston, 133 partenti, 19 squadre iscritte (tra cui Z-Tomasso, per cui gareggia LeMond, Subaru, Alpine Colorado, Lotto, Panasonic, PDM, 7 Eleven e l’italiana Carrera Jeans), montepremi che sale a 293.000 dollari. Molti i nomi noti tra gli iscritti: Hampsten, Theunisse, Breukink, Lubberding, Kiefel, Phinney, Steve Bauer, Alcalá, Kvåsoll, Dhaenes, Ludwig, Ekimov, Lauritzen e l’italo-inglese Maximilian Sciandri. Questi giunge terzo nella nona tappa, con arrivo a Betlehem, in Pennsylvania, dietro a Olaf Ludwig, grande sprinter, uno dei primi tedeschi dell’est a passare professionista, e allo statunitense Schommer, nella successiva cade mentre è in fuga ed è costretto al ritiro.

A noi interessa, per ricostruire lo spirito della competizione, quanto Sciandri dichiara nel 2024, in un’intervista ad AltoAdige Innovazione, perché rende l’idea di come la gestione della corsa fosse molto più improntata alla grandeur rispetto a quanto avveniva allora in Europa e non si lesinasse certo sui costi: “Dal punto di vista economico non ci fecero mancare nulla. Per un paio di trasferimenti ci venne messo a disposizione uno sfarzoso aereo con gli interni in pelle e di notte riposavamo in hotel di gran lusso. Trump non aveva badato a spese”.

Percorso 1990

E non lo aveva fatto nemmeno per promuovere la sua immagine prima ancora che la corsa: basti dire che la sera precedente alla presentazione della competizione, Trump si trova a Tokyo per il Mondiale dei pesi massimi fra Mike Tyson e Buster Douglas, vincitore a sorpresa, ma arriva in tempo, atterrando spettacolarmente sul tetto del DuPont Plaza di Wilmington in elicottero; scende, annuncia, prima di parlare di ciclismo, che il suo matrimonio con Ivana sta per finire, e avvicinandosi a Billy Packer gli dice: “So come attirare la folla, vero?”.

Per quanto riguarda i risultati sportivi, la corsa viene vinta dal messicano Raùl Alcalá (poi ottavo al Tour de France di quell’anno), davanti al norvegese Kvålsvoll e all’olandese Breuknik, già vincitore della leggendaria tappa del Gavia del Giro 1988. L’episodio più memorabile è la fuga-bidone con cui Vladislav Bobrik – ancora un dilettante sovietico, che da professionista vincerà il Lombardia del 1994 – trionfa nella terza tappa Fredricksburg – Richmond, guadagnando 22 minuti: ciò gli consente di condurre la classifica generale fino a un clamoroso crollo alla Devil’s Kitchen, (davvero la cucina del diavolo, dichiarerà) salita impervia sui monti Catskills, nell’ottava tappa, in cui arriva con oltre mezz’ora di ritardo dal vincitore Alcalá.

Partenza 1989

In questa seconda edizione, organizzare il Tour de Trump costa qualcosa come 5 milioni di dollari e non è facile coprire tutte le spese, malgrado gli sponsor. Nonostante sia la corsa a tappe più in vista d’America, Mike Plant non è del tutto soddisfatto: “Stiamo ancora facendo capire alla gente che si tratta di un evento sportivo grandioso. Ci sono quattro gare professionistiche negli Stati Uniti e più di duemila in Europa”. I problemi organizzativi sono molti, legati anche al disegno dei percorsi pensati per motivi pubblicitari più che per la linearità della corsa, con la conseguenza di spostamenti lunghi e faticosi, i corridori poi lamentano le condizioni delle strade non sempre all’altezza delle attese e delle necessità, oltre che una gestione della gara che rivela delle pecche (come dimostra il clamoroso “dirottamento” di Vanderaerden nel 1989).

Le finanze di Trump, poi, si mettono male: due suoi hotel-casinò di Atlantic City falliscono, il suo impero immobiliare ha basi che definire traballanti è generoso (si dice che perda 250 milioni di dollari l’anno), arriva molto vicino alla bancarotta. La corsa andrà avanti solo grazie a uno sponsor che fino ad allora aveva collaborato con Greg LeMond, e vuole investire davvero nel ciclismo, si tratta del colosso chimico DuPont, che darà il nome alla competizione dalla edizione successiva fino all’ultima, nel 1996. Donald Trump si defila, allontanandosi così dal ciclismo, che in fondo non pare averlo molto coinvolto, e con lo stesso approccio personalistico si dedica poi, come ci racconta la sua storia, ad altre attività.

Una buona conclusione della vicenda del Tour de Trump la trae il suo “inventore”, Billy Packer, che riconosce il rilievo della corsa per la promozione del ciclismo USA (ma serviva davvero una manifestazione del genere piuttosto che una diffusione capillare di questo sport?), rilevando però come la personalità “larger than life” del futuro presidente degli Stati Uniti abbia contribuito a togliere attenzioni dalla corsa: “È così popolare che mette in ombra il ciclismo”… Non solo quello, dimostreranno gli anni successivi.

Lemond e Alcalà 1990

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