di Raffaele Ciccarelli
Una delle cose più interessanti che si può notare quando si parla di sport, e nel nostro caso di calcio in particolare, è la fantasia dei tifosi e degli appassionati che si libera senza confini, insignendo l’uno o l’altro destinatario delle attenzioni di definizioni talora iperboliche.
È anche il gioco delle parti, sostanzialmente il tifoso è un protagonista passivo del gioco, gli eroi sono quelli che scendono in campo e quindi sono santificate, cantate, le gesta epiche, coma da aedi moderni, da novelli Omero.
Ci sono giocatori che nella loro carriera hanno racchiuso tutta l’essenza del calcio, tutti quegli elementi di fascinazione che rapiscono tifosi e appassionati: l’eccellenza tecnica, l’eleganza, la velocità o anche la lentezza, la prolificità, il numero di maglia, i geni ereditari, caratteristiche fisiche che li hanno resi unici e inconfondibili.
E allora è facile trovare nomi associati a maestà regali, O’ Rey Pelé; alla religione stessa, D10s Maradona; a eccellenze belliche, Kaiser Franz Bechenbauer; a specifiche doti messianiche, il Profeta del gol Johan Cruijff; a caratteristiche fisiche, la Saeta Rubia Alfredo Di Stefano.
Ci limitiamo a questi che, senza far torto a nessuno, albergano già nel Pantheon del calcio, ma la lista potrebbe continuare quasi all’infinito.
C’è un attributo, infine, che pur racchiudendo un po’ tutte le caratteristiche citate sopra, esprime il massimo del rispetto e dell’ammirazione per il destinatario: divino.

Se ne andiamo a leggere la definizione, ne troviamo tre che si attagliano ai nostri eroi: due attinenti direttamente alla divinità, una terza con il significato di altissimo, nobile eccellente, e il primo cui viene facile associarlo è Falcao, geometrico e tecnico volante central della Roma e del Brasile, che divenne Divino proprio alle nostre latitudini.
Tutti superlativi che ci riportano in qualche modo al protagonista della nostra storia: Ademir da Guia, un personaggio forse sconosciuto ai più, ma che può essere la dimostrazione di come, pur avendo tutto per eccellere, a volte il destino si diverte a intervenire, in questo caso limitare, lo sviluppo di una storia che sarebbe potuta assurgere ai livelli assoluti precedenti.

Ademir nacque a Rio de Janeiro, terra di grandi calciatori per definizione, da subito egli dimostrò dei tratti, anche somatici, che lo avrebbero distinto da tutti gli altri: alto, biondo, mulatto ma con i caratteristici tratti dei neri, si notava subito per restare poi coinvolti e affascinati dalla sua maestria tecnica.
Quest’ultima, però, non era casuale, figlia della bizzarria della dea Eupalla che si era divertita a spargere casualmente il verbo tecnico, ma una chiara trasmissione genetica, perché il padre di Ademir era Domingos da Guia, uno dei più forti difensori nella storia calcistica auriverde, conosciuto anche, a proposito di etichette distinguenti, come il Divino Mestre, il divino maestro,ed ecco che ricorre anche l’aggettivo divino.
Domingos svolse la sua carriera in giro per il Sud America, toccando Uruguay (Nacional) e Argentina (Boca Juniros), dopo aver iniziato nel Bangu, poi Vasca da Gama, Flamengo e Corinthians, prima di chiudere ancora con il Bangu, dove aveva militato anche il fratello, Ladislau, prolifico attaccante, miglior realizzatore della squadra.
Sempre qui iniziò anche Ademir e, tra i due estremi di un padre grande difensore e uno zio prolifico attaccante, nella fusione dei geni uscì la sua tecnica sublime.
A differenza del padre, dopo aver iniziato la sua carriera calcistica nel Banguzão, quella di Ademir ha avuto un solo colore, il verde del Palmeiras, inframmezzato da qualche brevissimo lampo del giallo della nazionale.

C’è tanta Italia nella storia di questa squadra, anzi proprio le radici sono italiane perché fu fondata da quattro italiani, nel 1914, ispirati da una tournee in Sud America di Pro Vercelli e Torino, e il primo nome che fu dato al nuovo sodalizio da Luigi Cervo, Luigi Marzo, Vincenzo Ragognetti e Ezequiel Simone fu proprio Palestra Italia, e fu solo durante gli eventi bellici della seconda guerra mondiale che il nome fu cambiato in Palmeiras.
Di questa squadra Ademir ne rappresentava l’essenza, identificato in pieno come Pelé per il Santos, Santiago Bernabeu per il Real Madrid, Diego Armando Maradona per il Napoli.

Fin dal suo approdo al Verdão egli ne mise al completo servizio le sue eccellenti doti tecniche diventando subito il motivo di attrazione per i tifosi estasiati che andavano tra l’altro moltiplicando, con il Parque Antartica, lo stadio di casa, che si riempiva soprattutto per seguirne le gesta.
In campo Ademir si esibiva posizionandosi tra il centrocampo e l’attacco, eccellendo nella rifinitura ma non disdegnando di concludere le azioni egli stesso, con repentini inserimenti in area di rigore o con conclusioni precise dalla media distanza, il tutto fatto apparentemente a bassa velocità, perché egli ha rappresentato il classico giocatore la cui velocità non era espressa dalla rapidità degli spostamenti in campo, ma dalle sue idee e intuizioni, caratteristiche che gli permisero di sembrare onnipresente in ogni zona del campo.

Le continue vittorie con il Verdão nel campionato brasiliano e in quello paulista, sarebbero state cinque per parte a fine carriera, valsero ad Ademir l’ovvia attenzione da parte della Nazionale.
Commissario Tecnico dei verdeoro era tornato a essere Vicente Feola, il primo CT campione del mondo nel 1958 con quella nazionale, richiamato per preparare la spedizione brasiliana in Inghilterra e difendere il titolo conquistato in Cile nel 1962.
Le cose per il Brasile non andarono bene, vittima del gioco duro fu clamorosamente eliminato già nel girone che comprendeva Portogallo e Ungheria, che lo sconfissero, e dalla Bulgaria che chiuse ultima, soprattutto non fu convocato Ademir, “dimenticato” da Feola durante il percorso di preparazione.

Stessa sorte gli toccò al vittorioso mondiale del 1950 in Messico, vinto in finale, tra l’altro, contro l’Italia, ma lì il genio di Ademir pagò la concorrenza dei vari Gerson, Jairzinho, Rivelino, Clodoaldo, a dire il meglio il meglio del mondo in quel momento in fatto di fosforo calcistico.
Le cose sembravano poter essere diverse nel 1974, quando invece Mario Zagallo lo convocò per la spedizione in Germania Ovest salvo dimenticarselo a sua volta in panchina fino alla finale per il terzo posto, persa con la Polonia, in cui Ademir giocò per un’ora.
È stato questo il destino strano di giocatore protagonista osannato nel suo club, al punto di essere ricordato con un busto nella sede, un giocatore che ha vissuto la sua vita sportiva con la calma e la professionalità che lo ha sempre contraddistinto in campo anche se, per la nazionale auriverde è stato il dieci dimenticato.










