di Marco Giani

Come noto[1] uno degli inaspettati alleati che nel corso del 1933 le pioniere del Gruppo Femminile Calcistico (GFC) trovarono, nella loro ardua ricerca di interlocutori maschili che vedessero di buon occhio il primo esperimento di calcio femminile nel nostro paese, fu il professor Nicola Pende (Noicattaro, 1880 – Roma, 1970), all’epoca Direttore della Clinica moderna dell’Istituto biotipologico-ortogenetico della Regia Università di Genova.

A spedirle fra le loro braccia (epistolari) erano stati i redattori del giornale sportivo romano Il Littoriale, che il 9 marzo 1933, le avevano dileggiate perché avevano inviato ai capitani di Divisione Nazionale (cioè la Serie A maschile dell’epoca) un questionario composto da tre domande, la prima delle quali era: «può la donna dai 15 ai 25 anni giocare al calcio in due tempi di 15 minuti, senza recare danno alla propria salute e riceverne invece un beneficio fisico?». Quello di Pende non era un nome casuale: medico esperto dello sviluppo psico-anatomico (ortogenesi), aveva infatti già scritto sull’argomento donne e sport, definito da lui già nel 1930 un’attività (in senso negativo) borghese, che distoglieva dalla necessaria vocazione alla maternità[2]: i redattori romani erano a tal punto sicuri che egli avrebbe dato parere negativo, da scrivere che, di conseguenza, la seconda e la terza domanda delle calciatrici milanesi sarebbero risultate inutili[3]. Una settimana dopo, scrivevano che «quanto a “irrobustire il corpo”, lo abbiamo già detto, chieggano» (cioè ‘chiedano’) «pareri a medici, e ad uno per tutti: il prof. Nicola Pende di Genova»[4].

Il 28 marzo 1933, tuttavia, Il Littoriale si vide costretto a pubblicare la missiva del GFC, che trionfalmente annunciava che «il prof. Nicola Pende della R. Università di Genova, al quale ci siamo rivolti dopo i vostri replicati inviti», aveva finalmente risposto alla richiesta di lumi scientifici sull’argomento: «Ringrazio per l’onore che mi fate, rivolgendovi a me per un parere sull’opportunità che la donna coltivi il gioco del calcio, nell’età tra 15 e 20 anni. Io credo che dal lato medico nessun danno può venire né alla linea estetica del corpo, né allo statico degli organi addominali femminili e sessuali in ispecie, da un gioco del calcio razionalizzato e non mirante a campionato, che richiede sforzi di esagerazioni di movimenti muscolari, sempre dannosi all’organismo femminile. Giuoco del calcio dunque, sì, ma per pure diletto e  con moderazione! Ciò vale per tutti gli sports femminili». La Segretaria del GFC, Losanna Strigaro, aggiungeva: «Dato che il vostro giornale sostiene una tesi diversa avvallando che la scienza è contraria, vi preghiamo di pubblicare un sunto della risposta, la quale convalida quella già avuta dal professore di ginecologia Giovanni Ruini di Milano, nella quale anche esso afferma che il gioco del calcio, ridotto in una forma femminile, non nuoce alla donna». La Strigaro, in chiusura, si permetteva anche un ironico ringraziamento tramite cui quale possiamo apprezzare la notevole dose di ironico savoir-faire delle calciatrici milanesi del 1933: «Ringraziamo codesto spett. giornale, che con le sue amorevoli osservazioni ci ha procurato così prezioso documento a favore del calcio femminile»[5].

Che il documento fosse «prezioso» non solo a livello storico, ma proprio per la lotta che le calciatrici stavano conducendo, ce lo dimostra l’uso che queste ne fecero, nei mesi seguenti. Intervistata nel maggio 1933 da Carlo Brighenti, inviato de Il Calcio Illustrato, sarà proprio Losanna Strigaro a ricordare che «abbiamo dalla nostra il prof. Pende, ci sottoponiamo a visita medica della quale accettiamo i referti ed i consigli, applichiamo un preciso allenamento atletico»[6]. A fine giugno le parole di Pende vennero citate esplicitamente in un pezzo a difesa del calcio femminile pubblicato su Il Tifone, noto giornale sportivo romano[7]. Ancora, ad agosto, Ugo Cardosi, allora Presidente del GFC, all’interno di un’intervista rilasciata a L’Antenna Sportiva, affermò che «è necessario vergare che la scienza medica personificata da quel grande scienziato del Prof. Nicola Pende dell’Università di Genova, afferma: “… dal lato medico nessun danno può venire né alla linea estetica del corpo, né allo statico degli organi addominali e sessuali in ispecie, da un gioco di calcio razionalizzato …”. E con lui sono d’accordo ginecologi assai noti»[8].

La cronologia della pubblicazione della lettera di Pende (28 marzo 1933) e quella dell’ultima citazione in bocca a membri del GFC (10 agosto 1933) appaiono interessanti: la prima è infatti di solo qualche giorno precedente l’inaspettato e decisivo via libera che il CONI fascistizzato, per mano del suo Presidente Leandro Arpinati, diede al calcio femminile. Se tale permesso venne pubblicato dal La Gazzetta dello Sport il 1° aprile 1933[9], sappiamo che la circolare interna targata CONI venne emessa già il 15 marzo[10]. Rispondendo positivamente alle calciatrici, quindi, Pende sapeva già da che parte stava tirando il vento, e che non era cosa prudente inimicarsi il potente ras di Bologna, allora Sottosegretario degli Interni. A rileggerla bene, del resto, la lettera era piena di distinguo, che avrebbero nel caso un giorno permesso all’esimio luminare della scienza eugenetica italiana di rimangiarsi quanto detto – cosa che per altro Pende sarà molto bravo a fare, dopo il 1945, sia per quanto riguarda la collaborazione col regime[11] (compreso l’aver diretto l’Accademia di Educazione Fisica[12]), sia il famigerato Manifesto della razza del 1938[13].

È proprio ciò che accadde dopo che nell’autunno 1933 il CONI, passato nel frattempo nelle mani di Achille Starace, il potente Segretario del Partito Nazionale Fascista, decise di boicottare l’esperimento nato dall’idea del GFC, giudicato inutile nell’ottica della politica di conquista di medaglie olimpiche a cui tutte le sportive italiane avrebbero dovuto indirizzare i loro sforzi, in vista delle imminenti Olimpiadi di Berlino 1936[14]. Se tutti, persino il loro Presidente Ugo Cardosi, abbandonarono le poche calciatrici che tentarono ancora, per qualche mese, di giocare lo stesso a calcio[15], perché non avrebbe dovuto farlo Nicola Pende? È ciò che ora ci testimonia un articolo, Esercizi ginnici e sportivi, costituzione femminile e funzioni materne, pubblicato del numero di dicembre 1933 sulla rivista «Politica Sociale», da pag. 870 a 875.

All’inizio dell’articolo l’autore ricorda come nessuno fino a quel momento avesse affrontato «il problema dell’educazione fisica femminile e dei giochi sportivi della donna» – argomento che effettivamente, in quegli anni, faceva sprecare fiumi di inchiostro ad autori per la maggior parte maschili – avvalendosi «dei principi e dell’esperienza di quella nuova medicina che si chiama costituzionalistica, perché parte dello studio della morfologia e fisiologia individuale, dallo studio di quel complesso di caratteri fisici, funzionali e psichici che distinguono la costituzione, il temperamento, i caratteri dell’uno da quelli dell’altro essere umano». Se solo ci si fosse avvalsi di questo nuovi strumenti, al contrario, si sarebbero non solo potute prevenire anormalità e malattie, ma soprattutto, secondo Pende, si sarebbe potuto far «orientamento», ossia «razionalmente dirigere ed orientare ciascun individuo, a seconda delle sue efficienze somatiche-psichiche, sia verso il genere di lavoro sia verso il genere di esercizi fisici, che sono i più adatti alla sua naturale complessione di corpo e di spirito, al suo biotipo». Pende scriveva: «anche i profani della medicina comprendono che non può aver bisogno della stessa educazione fisica, e non può giovarsi degli stessi piaceri sportivi una donna, soprattutto se adolescente, che abbia forme robuste di spalle, di collo, di braccia, di torace, ed una donna che abbia delicata e sottile questa metà superiore del corpo, ed invece robusti gli arti inferiori; od una donna che abbia lunga flessibile colonna vertebrale, tendente alle inclinazioni e deviazioni per debolezze legamentose e muscolari, ed una donna ad abito corporeo tarchiato ed eccedente in larghezza rispetto alla lunghezza, con solidi legamenti vertebrali ed articolari; una donna con cuore congenitamente o costituzionalmente piccolo ed arterie sottili, ed una con cuore costituzionalmente grande ed iperenergico e con pressione arteriosa tendente allo aumento; una donna con i caratteri dell’iperfunzione ovarica ed una con caratteri sessuali immaturi e debolezza costituzionale dell’attività ovarica etc. etc. Partire dunque innanzi tutto dalla costituzione speciale della donna singola, per bene orientarla nell’educazione fisica: ecco per me il primo punto, da risolvere caso per caso».

Secondo Pende, per parlare di questi argomenti in Italia c’erano «due grandi fattori» che «devono essere tenuti presenti nell’orientamento ginnico-sportivo», i quali purtroppo erano stati fino a quel momento trascurati nel dibattito pubblico, ossia quello del clima, e quello della razza.

Riguardo al primo, «quando educatori od educatrici fisiche nordiche come E. Duntner ed M. Helleland, vengono a dirci che le donne anglosassoni possono anche fare dell’atletismo e dello sport anche durante i periodi mestruali e durante le gravidanze senza risentirne alcun danno, non dobbiamo dimenticare che esse si riferiscono a donne nordiche, ed a climi nordici: cioè a donne, che per tipo raziale e per clima non sono senz’altro da accomunarsi con la donna italiana. Ed è interessante vedere queste due dottoressa confessare con disinvoltura che delle 1561 atlete da loro studiate, la maggioranza aveva il bacino stretto, e che sono le donne con bacino costituzionalmente ristretto quelle che si dedicano allo sport con maggiore entusiasmo! Ora con ciò essere vengono senz’altro a confessare che la passione sportiva della donna nordica è un carattere degli organismi poco femminili, ed è legato a quella forte percentuale di donne con insufficienza ovarica, che io ed i miei collaboratori Gualco e Landogna abbiamo dimostrato esistere nelle donne di tipo nordico, mentre il tipo iperovarico ed ipermaterno prevale, viva Dio, fortemente nelle donne delle nostre forti e feconde stirpi italiche. Io sono convinto che per la stessa ragione per cui gli sports in genere, come questo termine esotico stesso ci ricorda, e soprattutto certi furori sportivi e certe eccessi dell’adorazione del muscolo, ci sono venuti dai popoli anglo-scandinavi e dalla razza nordica bionda, e con questa nuova religione meccanica e muscolare hanno invaso le stirpi di civiltà latina anche certi principî di morale meccanica ed antifamigliare, così, per le stesse considerazioni d’ordine biologico, noi dobbiamo affermare che se certi esercizi fisici e sportivi della donna possono essere legittimi e ragionevoli in climi freddi e per donne a temperamento flemmatico e cerebrale e per costituzioni corporee femminili in maggioranza asteniche (come risulta avvenire per le razze bionde secondo i miei studi di fisiologia razziale femminile), la stessa educazione ginnico-sportiva sarà spessissimo non facilmente adattabile ed utile alla donna italiana, nata e cresciuta in altri climi, e con altro temperamento, e con altra costituzione fisica e con altra preparazione spirituale, in rapporto alla comprensione delle naturali differenze biologiche-sociologiche dei sessi e soprattutto alla missione essenzialmente materna della donna. Badiamo dunque, noi che in Italia vogliamo tutti, sul comando e sulla saggia dottrina del Duce, conservare religiosamente i nostri valori somatici e spirituali etnici, così lontani, come continuamente la storia anche di oggi c’insegna, da quelli di altri popoli con altra complessione razziale, badiamo a non subire da parte di questi, le mode sportive e ginniche, che peggio delle mode dei vestiti deformerebbero a lungo andare l’abito fisico e psichico così tradizionalmente armonico delle future madri dei cittadini d’Italia».

Fatte queste premesse, Pende ritorna sull’interrogativo di base: «deve la donna italiana adolescente od adulta, dedicare al culto del suo corpo, più che dei suoi muscoli, una parte della sua attività?». La risposta, per il luminare, era: «Certamente sì, ma a condizione che essa ubbidisca a tre principî direttivi, che né la famiglia né le educatrici fisiche devono mai dimenticare, e che soprattutto esse devono sapere, con apposita preparazione scientifica-tecnica, applicare in pratica». I tre principi del medico erano i seguenti:

«1) Ogni esercizio ginnico ed ogni piacere sportivo deve essere adattato alla costituzione individuale della donna.

2) Devono essere proibiti a tutte le donne quegli esercizi muscolari e giochi di marca esotica, anche se non violenti, che possano facilmente (data la facilità con cui nei giochi sportivi si oltrepassa la misura) deformare la linea estetica del corpo femminile.

3) Devono essere ancora più limitati od evitati a tutte le donne quegli sforzi muscolari che possano offendere facilmente la statica e la dinamica degli organi della generazione, e condurre così oltre che a deviazione mascolina del corpo e dello spirito, anche ad una scarsa fecondità, se non ad una vera sterilità ed infertilità matrimoniale».

Partendo «dal problema dell’adattamento razionale degli esercizi ginnici e sportivi alla individuale costituzione della donna», Pende ricorda che, secondo la sua visione, esistevano quattro «tipi fondamentali di bellezza femminile», cioè «due tipi normali e forti e due tipi subnormali e deboli. Dei due tipi forti o stenici l’uno è il tipo armonico, più lungo che largo, delicato nella metà superiore del corpo, più sviluppato dai fianchi in giù, tipo squisitamente femminile, con il diametro delle spalle ristretto nettamente rispetto al diametro delle anche, con torace delicato e cintura bene incavata: è questo il tipo che io chiamo di femminilità post-puberale prematerna, cioè a sessualità appena completata e pronta per le funzioni di maternità, leggermente longilineo, elegante e forte al tempo stesso. L’altro tipo normale, è il tipo ch’io chiamo materno, più largo che lungo, con torace e bacino più larghi che nel tipo precedente, con sessualità ben matura, come nella donna madre: tipo brevilineo stenico, più forte che elegante». Pende parla poi degli «altri due tipi di femminilità fisica, che stanno ai confini della normalità, ma hanno qualcosa che trapassa facilmente nel dominio dell’astenia, dell’immaturità e della debolezza organica. L’uno di questi è il tipo prepuberale, quando le forme sono lunghe e strette immature come subito prima o all’inizio della pubertà: il bacino è ristretto, e pure le altre forme sessuali sono come quelle di una donna ancora adolescente, povero è il sangue, poco sviluppato il cuore, e così anche deboli sono i tessuti legamentosi e muscolari, e quindi cascanti appaiono le linee del corpo nella statica e nel cammino. L’altro di questi due tipi astenici di donna è il tipo brevilineo astenico ed atonico, cioè la donna formosa ed alquanto adiposa, a larghe spalle e largo addome, che non di rado nasconde un bacino alquanto ristretto, a forme piuttosto molle e cascanti, deboli di sangue e di muscoli».

Presentati questi quattro tipi femminili, Pende passa all’abbinamento degli sport adatti, partendo dai due tipi stenici, cioè ‘vigorosi’, cioè il longilineo e il brevilineo: « sono quelli che coltivano con più passione ma anche con più danno (per facile abuso) gli esercizi ginnastici e gli sport, di cui il tipo longilineo stenico predilige quelli in cui domina la velocità e l’agilità, il tipo brevilineo stenico gli esercizi di forza e resistenza e durata. D’altro canto i due tipi astenici, il longilineo ed il brevilineo, prediligono molto più la ginnastica analitica e quella ritmica e certi sports dove si spende poca energia muscolare, come l’equitazione, il golf, il pattinaggio, la danza ritmica». Il problema, secondo Pende, è che una gran parte delle «donne moderne, sia per la vita antiigienica, sia per l’alimentazione dimagrante, faccia parte proprio di questa categoria delle asteniche, atoniche e flaccide; e che anzi il tipo longilineo astenico a forme sessuali immature o prepuberali è il tipo che è accarezzato dalla moda di oggi, la quale esige che la donna a 40 anni resti con le forme della maschietta e dell’adolescente perpetua» – altro grande bersaglio della stampa conservatrice dell’Italia fascista di quegli anni.

Da qui Pende passa al ruolo della medicina sportiva, di cui proprio il regime stava sempre di più avvalendosi per imprimere certe direzioni eugenetiche al movimento sportivo nazionale: «orbene, a molti sembrerebbe naturale che ciascuno di questi quattro tipi di donne, dandosi agli esercizi educativi o sportivi per cui sente maggiore inclinazione in ragione delle propria costituzione muscolare, dovesse essere in ciò favorito dall’educatore fisico e dal medico sportivo. E così difatti avviene per i maschi, ed è noto come nei campionati e nell’atletismo agonistico vi sia una vera selezione di tipi sportivi costituzionali, in cui si adatta la scelta del tipo di sport prediletto dal soggetto col suo tipo fisico muscolare». Ma è proprio qui che Pende ferma il proprio lettore: «se è, a nostro parere, condannabile anche nell’educazione fisica delle masse dei giovani maschi (salvo che per le speciali finalità delle preparazioni agonistiche od olimpioniche) l’esagerare le naturali esuberanze muscolari di certi segmenti del corpo, ancora più illogica e dannosa è tale educazione fisica o sportiva nella donna, cioè quella educazione che orienta la donna in quel genere d’esercizi o di giochi verso cui essa appare più solidamente preparata dal suo sviluppo muscolare regionale. Ché anzi noi, seguaci del principio biologico indistruttibile, dell’armonia, crediamo che occorra non aumentare ad arte le disarmonie costituzionali delle varie parti, com’è la robustezza muscolare esagerata della metà superiore o della metà inferiore del corpo, ma limitare od equilibrare questa esuberanza, che a lungo andare, come l’esperienza clinica dimostra, diventerebbe vera deformazione estetica o squilibrio funzionale morboso.

Io sono convinto per personale esperienza che in una donna col collo, le spalle, le braccia, il torace già bene forniti da natura di muscoli tonici e stenici, tutti quegli esercizi sportivi, come il tennis prolungato varie ore, il lancio del disco, il getto del peso, la scherma, il canottaggio, l’alpinismo e il nuoto stesso (non parliamo del pugilato), a lungo andare deformano la dolcezza femminile sostituendola con una durezza mascolina, della linea del collo, delle spalle, delle braccia, dei muscoli pettorali. Ed è certo che in queste stesse brevilinee o longilinee, ma muscolose, certi esercizi, come la corsa di là dei 100 metri, e la corsa con ostacoli, l’alpinismo, il salto coll’asta, il calcio, lo ski esercitato a scopo agonistico, influiscono anche sulla linea delle gambe e del piede, rendendo i polpacci oltremodo grossi e curvilinei e le caviglie grossolane, coi tendini fortemente sporgenti, e la pianta del piede pianeggiante, ed infine spesso la cute delle gambe ricoperta di peli di tipo mascolino». Per ironia della sorte, Pende, colui che cioè qualche mese prima si era sbilanciato pubblicamente a favore nel nascente calcio femminile nel nostro paese, con un’apertura mentale che gli avrebbe fruttato la riconoscenza della prima generazione di calciatrici italiane, scrisse la sua personale parola «fine» all’esperimento milanese usando l’argomento dei polpacci grossi, uno cioè di quelli classici dei nemici del calcio femminile, che tante, troppe calciatrici si sentiranno dire nei decenni successivi, nella democratica Italia del Secondo Dopoguerra.

Avevamo però lasciato da parte le «donne longilinee o brevilinee asteniche e con atonia legamentosa», in cui Pende vedeva «spesso alcuni sports, come l’equitazione, indurre deformazioni della statica vertebrale, ed altri come lo ski ed il pattinaggio indurre facili dislocazioni articolari. Orbene è proprio in queste due categorie costituzionali asteniche che occorrerebbe una educazione fisica ed un orientamento sportivo che mirasse a sviluppare il volume del torace e del cuore, e la muscolatura del tronco, dell’addome e del perineo soprattutto, come è possibile ottenere per es. colla ginnastica analitica basata sul metodo Ling, e col metodo Mensendick, e colle danze ritmiche».

Il medico passa finalmente al terzo punto, cioè al dovere di «evitare alla donna tutti quegli sforzi ginnici e sportivi che, oltre a deformare la linea estetica del corpo come abbiamo già veduto, inducono nella donna nubile o coniugata alterazioni dell’apparato genitale che dispongano all’infecondità od alla scarsa fecondità». Pende ci tiene a ribadire due concetti chiave: «l’uno è che tali alterazioni non si verificano in ogni tipo di donna, ma in speciali soggetti costituzionalmente predisposti alla infecondità od alla sterilità; l’altro è che non è mai l’educazione fisica razionale, moderata, adatta alle risorse muscolari ed alle esigenze estetiche della femminilità quella che può produrre sì grave danno all’organismo femminile, ma è tutto quello che negli esercizi ginnici e sportivi ha un carattere agonistico, e quindi espone a continuato sforzo muscolare ed a possibilità di traumatismi alla statica dell’apparato genitale femminile: senza dire che è oggi ben dimostrato, anche dalla moderna statistica delle operaie esposte a lavori faticosi ed in posizioni disagiate, che gli strapazzi muscolari diminuiscono l’attività generativa nella donna, e soprattutto nuocciono alla vitalità dei prodotti del concepimento. Per la mia esperienza medica possono affermare che più volte ho visto in donne dedite eccessivamente ai vari sports di moda diminuire i caratteri della femminilità somatica e psichica, che viene sostituita da quella che noi diciamo intersessualità o trasformazione viriloide del corpo e del carattere; e con questa ho visto diminuire anche la prolificità e la fertilità di tali donne e ciò soprattutto in donne di tipo longilineo astenico a forme sessuali prepuberali od immature. In queste ultime, come pure nelle brevilinee asteniche, in cui i legamenti fissatori dell’apparato uteroovarico, la muscolatura diaframmatica, addominale, perineale sono costituzionalmente insufficienti, ed in cui la stessa attività ovarica è spesso ridotta, sono, a mio modo di vedere, molto pericolosi per la conservazione delle attitudini materne tutti quegli esercizi in cui i visceri addominali possono essere sottoposti a sobbalzi violenti, o ripetuti, come l’equitazione, la bicicletta, la corsa con ostacoli, il salto coll’asta, il calcio, lo ski a scopo agonistico, lo stesso alpinismo esagerato». Il calcio, quindi, che trasforma le donne in virago, (una delle accuse infamanti che la stampa scagliò contro le milanesi, in quel 1933[16]), e che attenta agli organi riproduttivi femminili, cioè la paura per cui, dopo qualche allenamento, si era deciso di mettere in porta un ragazzino anziché una ragazza, durante gli incontri del GFC[17].

Affossato così – fra gli altri sport – anche il football femminile, Pende poteva concludere così: «noi vogliamo che per la sicurezza e la tutela della fecondità delle future madri e delle spose italiane, ogni donna sia individualmente studiata nei suoi bisogni di educazione fisica e nelle sue possibilità sportive, e che siano vietate alle donne italiane quelle forme di esercizi che comportano sforzo e scosse violente e ripetute ed in genere ogni forma di atletismo e di agonismo femminile: e che siano diligentemente controllati quegli esercizi che sviluppano in maniera esuberante, ed in donne già muscolose, certi territori muscolari, inducendo disarmonie estetiche che, se possono essere trascurate da certe razze umane civili dominati oggi dall’ideale antibiologico della parità dei sessi e dell’ancora più sciocco e funesto principio del controllo delle nascite, non sono affatto trascurabili per le nostre equilibrate e fecondi stirpi italiche, dominate dalla grande legge pitagorica dell’armonia, che deve reggere così il consenso statico come il consenso dinamico dell’organismo, così nella donna come nell’uomo, legge alla quale nessuna norma di educazione fisica o nessun capriccio sportivo dovrebbe mai disubbidire». Vergando queste ultime parole, il potentissimo Pende pensava probabilmente che le superiori gerarchie avrebbero seguito in maniera pedissequa le sue indicazioni (pseudo)scientifiche: come sempre, però, il rapporto fra medicina e regime era sì sbilanciato, ma nell’altro senso. La condanna di Pende del calcio femminile poteva far comodo perché coincideva con una decisione già presa, per altri motivi, dal CONI staraciano: ma quest’ultimo aveva bisogno dei corpi sportivi delle atlete, quelle cioè che avrebbero potuto conquistare qualche medaglia internazionale. Quando Ondina Valla e Claudia Testoni vinsero la gara degli 80m ostacoli rispettivamente alle Olimpiadi di Berlino 1936 e agli Europei di Vienna 1938, nessuno si ricordò della condanna del luminare pugliese, il quale, del resto, continuava bel bello, come già nel 1933, a godere dei vantaggi del suo asservimento al potere (totalitario) costituito.

Fotografia di copertina: Copertina del «Trattato di Biotipologia Umana» di Nicola Pende.


[1] Federica Seneghini, Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il Duce, Milano, Solferino, 2020, con saggio finale di Marco Giani.

[2] Mariuccia Salvati, Tra pubblico e privato. Gli spazi delle donne negli anni Trenta, Studi Storici, 38 (1997), pp. 669-692, p. 682.

[3] Domande inutili, Il Littoriale, 9 marzo 1933, p. 4.

[4] Le donne e il calcio, Il Littoriale, 16 marzo 1933, p. 4

[5] Il Littoriale, 28 marzo 1933, p. 4.

[6] «C. B.» [=Carlo Brighenti], Un’ora con le calciatrici milanesi, Il Calcio Illustrato, 24 maggio 1933, p. 2.

[7] Tifosine tra 384 ore avrete la vostra squadra di calcio, Il Tifone, 27 giugno 1933, p. 3.

[8] Calcio Femminile, L’Antenna Sportiva, 10 agosto 1933, p. 18.

[9] Arpinati, «pur riconoscendo che in Italia tale giuoco femminile non è disciplinato da alcuna federazione e la sua diffusione non è opportuna, ha concesso l’autorizzazione alla società milanese a praticare il giuoco del calcio. Ogni attività deve però svolgersi in privato, cioè su campi cintati e senza l’ammissione di pubblico. Il C. O. N. I. ha concesso tutto ciò in via di esperimento e qualora sorgano in Italia molte società di calciatrici, si vedrà l’opportunità di regolamentarlo e di disciplinarlo attraverso una federazione» (Il calcio femminile autorizzato in via di esperimento, La Gazzetta dello Sport, 1° aprile 1933, p. 5).

[10] «una circolare 15 marzo corr. anno Arpinati permette la fondazione del gruppo femminile, e una circolare 29 luglio Vaccaro permette alle donne di giocare al calcio purché non sia in palio trofei o si disputino campionati, etc.» (La Serenissima ci scrive …, L’Informatore, 21 ottobre 1933, p. 2).

[11] Il 30 luglio 1944 il senatore Nicola Pende depositò una difesa pubblica «a proposito del di lui esonero dalla Cattedra Universitaria» (vd. https://www.senato.it/documenti/repository/relazioni/archiviostorico/ricerche/Pende.pdf ). Il professore ordinario della Regia Università di Roma era intervenuto dopo che il Commissionario Regionale Interalleato lo aveva esonerato dall’insegnamento, causa i suoi trascorsi fascisti.

[12] Pende sostituì Nicola Versari come Rettore dell’Accademia della Farnesina di Roma nel novembre 1940, rimanendo in carica fino al luglio 1943, quando venne a sua volta sostituito da Lando Ferretti. Durante quei due anni e mezzo Pende provò non solo – inutilmente – di trasformare l’Accademia maschile in una facoltà universitaria, ma pure di «di ridurre l’attività sportiva, e di aumentare il peso delle discipline scientifiche e di quelle politico-pedagogiche, puntando in particolare sulla dottrina del fascismo, la storia politica della rivoluzione fascista, la politica del fascismo, la psicologia, il diritto pubblico e l’ordinamento del PNF, l’antropologia, la psicotecnica e la pedagogia» (Alessio Ponzio, L’Accademia della Farnesina: un esperimento di pedagogia totalitaria nell’Italia fascista, Mondo Contemporaneo, 2008/1, pp. 35-66, pp. 61-62). In un passaggio molto interessante della sua difesa del 1944, Pende tenta di giustificarsi così, di fronte accusa di essere stato scelto come Rettore dell’Accademia di Educazione Fisica della GIL in quanto fascista: «avevo, com’è noto a molti, combattuto con i miei scritti le storture dell’educazione sportiva femminile, che deformava corpo ed anima delle future madri italiane. Ed accettai tale incarico […] per la speranza di potere fare del bene, come medico, anche in quella istituzione educativa […] andai a coprire il posto colle mie idee, non per servire ciecamente gli indirizzi fascisti, anzi per combatterli e correggerli. Ebbi dal primo giorni contrasti d’indirizzo tali che mi fu impedito di dirigere l’accademia femminile di Orvieto. Ed anche nell’esercizio di dirigente scientifico dell’accademia maschile di Roma l’opposizione alle mie proposte di riforma razionale dell’educazione fisica giovanile sfociò nel mio licenziamento, avvenuto alcuni mesi prima che il fascismo cadesse, con la motivazione che appariva utile la mia sostituzione con un elemento politico!» – un riferimento, questo, a Lando Ferretti, il quale, anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, tenterà di difendere quanto di buono il regime aveva fatto per lo sport italiano.

[13] Nel 1948 Pende scrisse una lettera alla rivista Israel per scagionarsi dalle accuse di essere stato corresponsabile, in quanto firmatario del Manifesto della razza (1938), della politica razziale antisemita del regime, ma venne prontamente smontato dall’avvocato Carlo Alberto Viterbo. Sulla polemica del 1948, vd. Franco Cuomo, I dieci. Chi erano gli scienziati italiani che firmarono il Manifesto della razza, Milano, L’Unità/Baldini Castoldi Dalai, 2008, pp. 250-261.

[14] Su questo cambiamento di policy da parte del CONI staraciano, vd. Marco Giani, Storia di un pregiudizio, e di una lotta, in Federica Seneghini, Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il Duce, Milano, Solferino, 2020, pp. 219-330, pp. 278-281.

[15] Marco Giani, Da Lodi a Milano, sola andata (con qualche ritorno). Nuove fonti per la storia della famiglia Boccalini, Archivio Storico Lodigiano, CXLIX (2020), pp. 339-378, pp. 360-367.

[16] «Il nostro pensiero è netto, preciso, e crediamo lo condividano anche le Gerarchie calcistiche, alle quali è commesso il dovere che una simile buffonata tipo americano, non abbia seguito nell’Italia fascista, dove si ha bisogno di buone madri, e non di «virago» calciatrici» (Ma non è una cosa seria …, Lo Schermo Sportivo, 14 marzo 1933, p. 2); «Non siamo tra coloro che approverebbero, per esempio, l’istituzione del giuoco del calcio anche per le donne, come alcune “tifosine” hanno richiesto e propugnato e tentano di organizzare. Non occorrono di certo delle virago per la salute della razza, la prestante conformazione delle nostre generazioni avvenire, e la progressiva selezione del tipo italiano superiore. Occorrono delle autentiche donne, ricche di energie, salde di ossa e di muscoli sì, ma non prive della necessaria morbidezza e femminilità» (Tutti gli sports, 8 ottobre 1933).

[17] Marco Giani, Il portiere o la portiera? La nascita di una questione deonomastica sportiva, 11 maggio 2020, https://www.la-cross.org/il-portiere-o-la-portiera/ .

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