di Raffaele Ciccarelli
L’Italia è una nazione unica dal 1861, dopo più di centocinquanta anni e due guerre mondiali, non si può però definire unita, perché quasi ogni piccola realtà ha vissuto, e vive, sempre una sorta di “indipendenza interna”, orgogliosa delle proprie peculiarità.
Questo forte senso di appartenenza, questa identità e identificazione con la propria realtà, piccola o grande che sia, è stato uno dei motori propulsivi dell’affermazione del calcio un po’ dappertutto nel mondo, ma nella nostra Penisola in particolare, e ancora oggi resta l’elemento fondamentale del tifo.
Una identificazione che spesso ha portato a travalicare il senso meramente sportivo della partita di pallone, diventando, di volta in volta, espressione di supremazia, di potere, di lotta tra colossi industriali, di colori politici, oppure di rivendicazioni sociali, di emancipazioni, nella contrapposizione, ad esempio, tra il Nord e il Sud della penisola che trova una giustificazione nella logistica stessa che possono assumere queste sfide, l’attraversare tutta la Penisola in un senso o nell’altro, trascinandosi dietro tutte le identità e contraddizioni che tale viaggio propone.
Il calcio dei primordi in Italia, del resto, favoriva tali tipi di contrapposizione, non esistendo un torneo unico che comprendesse tutte le regioni, ma una pletora di tornei regionalizzati che poi confluivano in un unico vincitore.
Erano anni travagliati, in cui poche regole erano certe, le altre applicandosi secondo gli interessi del momento.
Questo periodo di estrema precarietà aveva visto la sua regina nel Genoa CFC, che aveva trionfato nove volte, primato insediato da vicino dalla Pro Vercelli, che di vittorie ne aveva conquistate sette, staccate le attuali grandi storiche, Inter due, Juventus una, Milan tre, gloria anche per le piemontesi e provinciali Casale e Novese con una vittoria a testa.

Tanta incertezza creava, naturalmente, liti continue caratterizzando il nostro calcio di un elemento vivamente presente ancora oggi.
Tornei regionali, come scritto, che poi confluivano nella finale nazionale che vedeva vincitrici sempre le squadre del Nord, più ricche e organizzate, creando un divario che era però inviso al regime fascista.
Bisogna, infatti, considerare che nel periodo in oggetto, e cioè tra gli anni Venti e Trenta, ci troviamo proprio all’inizio del ventennio fascista, e uno dei dogmi mussoliniani era quello di creare un’unica nazione con un unico credo, e non poteva essere proprio il calcio, già individuato come elemento propagandistico importante, un simbolo di divisione.
Le incertezze regolamentari e le continue risse, infine, accelerarono il processo di unificazione del calcio, che si sarebbe attuato attraverso la Carta di Viareggio con l’istituzione del girone unico a partire dalla stagione 1929/1930.
Intanto, il campionato della stagione 1924/1925 nasceva tra grandi incertezze, i due gironi della Lega Nord furono estremamente combattuti e solo alla fine il Genoa ebbe la meglio sul Modena nel girone A, e il Bologna FC su Pro Vercelli e Juventus nel girone B.

La finale della Lega Nord avrebbe visto di fronte, quindi, liguri e felsinei e si preannunciava come un duello infuocato, con le due squadre divise da una profonda rivalità fomentata già l’anno prima quando di fronte in semifinale prevalsero i primi non senza risvolti polemici.
Il Genoa si presentava in campo con una novità: da quell’anno la squadra vincitrice del titolo di Campione d’Italia si sarebbe fregiata di uno scudetto tricolore, da un’idea di Gabriele D’Annunzio, subito simbolicamente adottata dal regime fascista.
Le due squadre erano piene di campioni che caratterizzarono quegli anni Venti del nostro calcio: i rossoblu genoani potevano schierare Giovanni De Prà tra i pali, Renzo De Vecchi “il figlio di Dio”, Cesare Alberti ex terribile, Aristodemo Santamaria; quelli bolognesi il portiere Mario Gianni, tra l’altro nato proprio a Genova, Giuseppe Muzzioli, Angelo Schiavio, uno dei più importanti attaccanti dell’epoca.

Particolari anche i due allenatori: il Genoa era guidato dall’inglese William Garbutt, in pratica l’inventore del mestiere in Italia, che nel girone unico avrebbe guidato soprattutto il Napoli, ma in precedenza vincendo tre titoli proprio con i liguri, tecnico innovatore per i tempi sia nella preparazione atletica, sia nell’applicazione di moderni principi di tattica.
Sulla falsariga l’allenatore bolognese, l’ungherese Hermann Felsner, ingaggiato tramite un annuncio sui giornali, per far capire i tempi, ma rivelatosi anch’egli un innovatore, importatore dei metodi del calcio danubiano che era molto in voga all’epoca, un allenatore vincente che con il club felsineo avrebbe vinto due scudetti anche nel girone unico.
Intanto c’era da disputarsi quella finale e, pur conoscendo tutte le tensioni che portava quel confronto, nessuno si aspettava che dal 24 maggio, giorno della prima gara, per dirimere la questione si sarebbe dovuti arrivare addirittura al 9 agosto.
Ma andiamo con ordine: il primo incontro, in programma appunto il 24 maggio 1925 allo Stadio “Sterlino” Bologna, vide prevalere gli ospiti genoani per due a uno, reti di Alberti e Edoardo Catto e gol dei locali di Schiavio, facendo pensare a una facile vittoria della squadra di Garbutt che avrebbe raggiunto il decimo titolo della sua storia.

Nella gara di ritorno, però, fu la squadra di Felsner a prevalere, con le reti di Muzzioli e di Giuseppe Della Valle a rendere vano il pareggio di Santamaria, con la vittoria bolognese al termine di una gara combattuta, molto nervosa e a tratti dura, decisa nel finale con tutte le tensioni ambientali del caso.
Occorreva la gara di spareggio per designare la finalista, e qui inizia una sorta di psicodramma, con risvolti altamente drammatici, anche se quasi grotteschi nello svolgimento.

Il sette giugno 1925 fu Milano la sede scelta per lo spareggio, il match presentò subito dei problemi di ordine pubblico, poiché la capienza del Campo di Viale Lombardia, sede all’epoca delle gare del Milan, risultò inadeguato al numero dei presenti, la folla strabocchevole si schierò a bordo campo, suscitando più di una perplessità nel piemontese Giovanni Mauro, designato a dirigere la partita, considerato tra i migliori arbitri dell’epoca e dirigente di massimo livello sia nella Figc sia nell’Associazione Arbitri.

La gara ebbe, tuttavia, inizio, il primo tempo appannaggio dei liguri per i gol di Daniele Moruzzi e di Alberti, il caos si scatenò nella ripresa, quando un gol fantasma del bolognese Muzzioli, non assegnato da Mauro, fu invece convalidato a furor di popolo letteralmente, vista l’invasione di campo che costrinse lo stesso Mauro a rivedere le sue decisioni.
Varie versioni indicano che poi l’arbitro avrebbe proseguito la partita pro forma, il pareggio di Alberto Pozzi nel finale di gara imponeva i tempi supplementari, ma i liguri si rifiutarono di proseguire convinti della vittoria a tavolino.
A questo punto entrò in gioco tutto l’apparato politico che portò all’annullamento del match per presenza di persone estranee in campo, decisione che sembrò presa, secondo alcune fonti, sotto l’influenza dei fascisti, segnatamente del gerarca Leandro Arpinati, bolognese che avrebbe di lì a poco assunto la presidenza federale, dipendendo il punto di vista se lo si guarda dal lato del Genoa o del Bologna.
Fatto sta che si andò alla ripetizione della partita, ben un mese dopo la precedente, il 5 luglio 1925 a Torino, allo Stadio di Corso Marsiglia, arbitro Giuseppe Gama di Milano, la gara fu dura ma regolare, decisa nel primo tempo dalle reti di Schiavio e Catto, pareggio non mutato nemmeno nei supplementari, per cui si doveva giocare ancora, e qui avvenne un altro episodio drammatico e, come scritto in precedenza, anche grottesco nella dinamica, almeno in una delle versioni riportate: alla stazione di Torino Porta Nuova, i due treni che dovevano riportare a casa i tifosi delle due squadre si trovarono su binari attigui, pare separati da un altro treno che, partendo, espose i due convogli uno di fronte all’altro.
Riconosciutisi, i tifosi dettero inizio a sfottò che sfociarono ben presto in tafferugli, fino all’esplosione di colpi di pistola che ferirono due tifosi genoani.
Ristabilita la calma, e non trovati i colpevoli, si innescarono un’altra serie di violente polemiche che fecero trascorrere in pratica un altro mese finché, trovata la pace anche per la intercessione del dirigente della Juventus ingegner Umberto Malvano, si decise di far disputare l’ennesima gara di spareggio.
Inizialmente la sede doveva essere ancora Torino, poi fu dirottata a un campo periferico di Milano, l’”Officine Meccaniche” dove giocava la “Forza e Coraggio”, sede tenuta segreta fino all’ultimo, il 9 agosto e, per evitare ulteriori problemi, si sarebbe giocato alle sette del mattino e a porte chiuse.
Immagini dell’epoca mostrano un clima disteso tra le due squadre, dando un’idea abbastanza goliardica di quello che era il calcio dell’epoca, erba alta, campo gibboso, allenatori in maniche di camicia che, insieme, seguivano le rispettive squadre.
Stavolta il match fu risolutivo, ormai stanche le due squadre dettero vita a una partita comunque intensa, decisa dalle reti bolognesi di Alberto Pozzi e Bernardo Perin, Bologna che resistette anche in nove uomini per le espulsioni di Giovanni Borgato e Alberto Giordani.

La lunga e polemica maratona era terminata, anche se poi i contrasti sarebbero seguiti nel corso degli anni, il Bologna designato a disputare la finale per il titolo contro i laziali dell’Alba Roma, una formalità per la squadra del Nord che finalmente, vincendo le gare del 16 e 23 agosto per quattro a zero a Bologna e per due a zero a Roma, si cucì sul petto il primo scudetto della sua storia, lo “Scudetto delle Pistole”.
Questa la Rosa del Bologna Campione d’Italia 1924/1925:
Mario Gianni, Luigi Gelati, Giovanni Borgato, Felice Gasperi, Gastone Baldi, Giuseppe Martelli, Giuseppe Della Valle, Bernardo Perin, Pietro Genovesi, Gino Spadoni, Giuseppe Rubini, Alberto Giordani, Paulo Innocenti, Luigi Modoni, Giuseppe Muzzioli, Alberto Pozzi, Angelo Schiavio.
Allenatore: Hermann Felsner









