di Raffaele Ciccarelli
Nello sport ci sono luoghi che assumono una sacralità quasi religiosa, luoghi dove si officiano riti pagani ma che, nel loro potenziale emotivo, possono essere associati a quelli liturgici.
Sono tra i luoghi più disparati: stadi, arene, palestre, circuiti, tutti quei posti dove lo sport può celebrare i suoi eroi, dove convivono insieme esaltazione e disperazione, senza soluzione di continuità.

E diventano, ovviamente, anche luoghi della memoria, in questo caso abbastanza particolari, perché a essi non solo si associano le gesta sportive, ma perché quei luoghi stessi diventano pietre miliari nel cammino del tempo per tutti coloro che ne hanno avuto parte, atleti come spettatori.
Quanti portano nel cuore l’Estadio Sarrià di Barcellona? O l’Azteca, di Città del Messico? O ancora l’Olympiastadion di Berlino? E questo solo per citare alcuni, i più evocativi, con la memoria di chi è stato spettatore degli eventi che lì si sono svolti che corre rapida e inossidabile a ricercare il momentum, l’attimo sacro del ricordo quando si vinceva la partita o si batteva il record.
Insomma, questi luoghi sono vere e proprie macchine del tempo a ritroso, che però talvolta hanno subito l’insulto di essere violati, perché in un modo o nell’altro la malvagità prova sempre a offuscare la gioia, talvolta riuscendovi.
In Sud America, nei turbolenti anni tra i Cinquanta e gli Ottanta, situazioni del genere capitavano spesso: lo sport strumentalizzato a fini propagandistici, gli stadi usati come lager.
Situazioni surreali, in cui nemmeno la forza dirompente dello sport, i suoi valori, sono riusciti a prevalere, in una delle sue rare sconfitte, perché quando la politica scende in campo nello sport fa sempre danni.
Tutto quel continente visse una profonda instabilità politica, un po’ ognuna delle nazioni che lo compongono conobbe regimi e dittature militari, più o meno cruente, ma sempre coercitive.
Il Cile fu una di queste, un paese povero, una striscia di terra stretta tra la Cordigliera delle Ande e l’Oceano Pacifico, che già aveva cercato il suo riscatto sociale attraverso lo sport, e così avrebbe cercato in seguito, vedendo la nostra nazione, l’Italia, anche involontaria protagonista, nel bene e nel male.

Nel 1956 fu proprio alla nazione andina che, abbastanza a sorpresa, fu assegnata l’organizzazione dei Campionati del Mondo di calcio del 1962, grazie alla profonda ed efficace opera diplomatica di Carlos Dittborn, dirigente calcistico cileno, che non riuscì a vedere realizzato il suo lavoro per la morte improvvisa che lo colse proprio a pochi giorni dall’inizio della competizione.
Il torneo, in sé, fu tecnicamente mediocre, le squadre europee accusarono quelle sudamericane di gioco duro, una realtà di cui avrebbe fatto le spese proprio l’Italia, sconfitta dai padroni di casa nella famosa “battaglia di Santiago”, che si disputò all’Estadio Nacional, dal 2008 dedicato al giornalista Julio Martinez Prádanos, e che sarà ancora protagonista della nostra storia.
Poco dopo il mondiale, sarebbe cambiato lo scenario politico cileno: presidente era stato eletto Salvador Allende nel 1970, che aveva avviato una campagna di nazionalizzazione dei prodotti cileni e una riforma agraria chiaramente invisa e osteggiata dai grandi latifondisti.
Una crisi economica e l’idea che passò di fare una rivoluzione comunista, portarono a una serie di scioperi che dettero l’opportunità all’esercito di un intervento militare, fino al colpo di stato dell’11 settembre 1973, che provocò la morte di Allende, apparentemente suicida, e la presa di potere della Junta Militar, inizialmente un quadrumvirato tra i massimi esponenti delle forze armate, poi a guida unica con a capo Augusto Pinochet.

Iniziarono anni di terrore per la nazione andina, la dittatura del generale fu particolarmente cruenta e repressiva, a migliaia si sarebbero contati i morti, per un regime a chiara matrice fascista, particolare, questo che non deve essere dimenticato per capire i risvolti di questa storia.
Come ogni dittatura che si rispetti, e come tristemente noto, l’immagine che si doveva dare a livello internazionale doveva essere la migliore possibile, e lo sport, come già in passato, poteva rivelarsi l’elemento ideale.
Nel 1974 erano in programma i mondiali di calcio in Germania Ovest, per designare la quattordicesima squadra qualificata che avrebbe dato vita al torneo, oltre ai tedeschi padroni di casa e al Brasile campione in carica, occorreva uno spareggio tra Europa e Sud America, e il destino decise che sarebbe stato tra Unione Sovietica e Cile.
Per il regime cileno si presentava l’occasione di dare un’immagine diversa di sé, ma per i sovietici si poneva il problema politico di affrontare una nazione guidata da una dittatura di chiaro stampo fascista, e quello etico di dover giocare in uno stadio, l’Estadio Nacional, trasformato in lager.
Ed era vero, perché proprio quel luogo dove dovrebbe regnare solo il sano agonismo e la gioia della competizione, era stato trasformato in un luogo di tortura e morte.
Certo desta perplessità il problema etico sollevato da Leonid Brežnev, allora segretario generale del Pcus, considerando quanto accadeva dalle loro parti, era chiaro il fine politico, ma indubbiamente le motivazioni erano reali.

In questo clima di forte tensione La Roja si presentò regolarmente a Mosca il 26 settembre per disputare il match di andata, che terminò a reti inviolate, diverso quanto accadde per il ritorno.
La gara era prevista per il 21 novembre, ma subito i sovietici informarono che non avrebbero giocato in uno stadio dove si torturavano le persone.
Fu inviata anche una commissione della Fifa che, nonostante le evidenze, anche se lo stadio era stato “ripulito”, considerò normali le condizioni e disputabile la gara: “La tranquillità è totale”, fu la sua gelida conclusione, che di fatto chiudeva gli occhi e ignorava l’orrore di quelle mura, pregne delle grida di dolore dei prigionieri, torturati e uccisi.
Gara che non si sarebbe mai disputata, e sarebbe potuta finire lì, con la vittoria a tavolino dei cileni, ma Pinochet doveva forzare la mano, e impose di giocare. Contro chi?
I fantasmi degli avversari.
In un clima surreale, con spalti riempiti a forza, e la presenza dei militari armati, quel 21 novembre, eseguito l’inno della nazionale di casa, l’arbitro austriaco Erich Linemayr dette il fischio d’inizio della partita più ridicola e tragica, allo stesso tempo, della storia: undici contro zero, Cile contro aria.

Non solo, si doveva anche segnare: i giocatori al piccolo trotto palleggiarono tra di loro, arrivati al limite dell’area di porta Carlos Caszely fece un assist a Francisco Valdes che segnò.
Foto di rito, qualche accenno anche di esultanza, triplice fischio: la farsa era finita.
Poi, in campo, il Cile avrebbe affrontato il Santos che avrebbe vinto facilmente anche senza Pelé, cinque a zero, ma di certo quel giorno il calcio, come tutto lo sport, perse.
La nazionale andina, infine, ai mondiali, in un girone che a sua volta sarebbe stato storico, in cui erano presenti, oltre loro, le due Germanie, Est e Ovest, e l’Australia, Caszely e compagni furono eliminati subito, sconfitta con i padroni di casa e pareggi con le altre due.
Lo sport si sarebbe preso una rivincita qualche anno dopo, e avrebbe visto protagonista l’Italia: tra il 17 e il 19 dicembre 1976, sempre all’Estadio Nacional, stavolta trasformato in arena del tennis, la nazionale azzurra composta da Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci, Adriano Panatta e Tonino Zugarelli, capitanata da Nicola Pietrangeli, si impose, in iconica maglia rossa, su quella cilena.
È un’altra storia, oltre a essere un altro sport, che non cancellò gli orrori e la farsa precedente, con la dittatura che sarebbe durata fino al 1990, e con il suo turpe dittatore, Augusto Pinochet, rimasto impunito fino alla morte.
21 novembre 1973 Estadio Nacional, Santiago del Cile Spareggio CONMEBOL/UEFA (Ritorno)
Cile – URSS: 2-0 (a tavolino)
Cile (presente in campo): Olivares; García, Quintano, Figueroa, Rodríguez; Valdés, Páez, Reinoso; Caszely, Ahumada, Véliz.
Arbitro: Erich Linemayr (Austria)
Marcatori: Francisco “Chamaco” Valdés (al 1′ minuto, su azione simbolica a porta vuota)









