di Raffaele Ciccarelli

Per la dodicesima volta nella storia dei mondiali saranno una nazionale europea e una sudamericana a contendersi il titolo di regina del mondo.

Non sarà l’attesa Francia, però, brillante protagonista del torneo fino al penultimo atto, a cercare la sua rivincita, quattro anni dopo, contro l’Argentina, l’altra finalista, ma la Spagna.

La sfida tra iberici e transalpini ha espresso quella che si può considerare la doppia anima del calcio moderno, e forse anche antico, un gruppo di grandi solisti i primi, un collettivo innervato di talento i secondi.

Nell’incertezza del pronostico ha finito per prevalere l’idea spagnola, com’è forse più giusto essendo il calcio uno sport di squadra, dimostrando che se vengono meno i solisti, Lamine Yamal poco incisivo per tutto il mondiale finora, il collettivo sovviene ad aiutare, ma se Michael Olise, Kylian Mbappé e compagnia non girano, non ci sono salvagente.

Inoltre, la vittoria della squadra del CT Luis de la Fuente ci ha fatto capire come possono essere fallaci le suggestioni, come a volte è facile lasciarsi abbacinare dall’estetica, ma che poi è la concretezza, o almeno l’equilibrio tra le due cose, che rende veramente vincenti.

La semifinale tra Argentina e Inghilterra, tralasciando i significati storici intrinseci che si trascina dietro, rappresentava anch’essa due modi diversi di interpretare il calcio, a dimostrazione che questo sport non contiene, e non conterrà mai, una sola ricetta per la vittoria.

Due modi pragmatici di intendere il gioco, l’uno, quello britannico, fatto di linee di passaggio precise e più codificato; l’altro, quello dei sudamericani, più istintivo e di certo più grintoso.

Per un’ora di gioco c’è stato equilibrio, quando questo è sembrato volgere a favore degli inglesi, paradossalmente ha nuociuto a loro stessi, perché da quel momento in poi Messi e compagni hanno preso in mano il match fino a ribaltarlo, stavolta più che meritatamente.

Non sappiamo quando la Storia, o la Dea Eupalla, offriranno un’altra occasione alla nazionale dei Tre Leoni, questa l’ha sicuramente sprecata, pagando sì gli errori di gestione di un Thomas Tuchel fino a quel momento perfetto, ma anche limiti di personalità di una squadra che non ha saputo gestirsi in campo, così come Didier Deschamps ha pagato le scelte, poi rivelatesi sbagliate, contro la Spagna, ma in entrambi i casi ci avventuriamo nel campo del senno di poi, quando tutti, alla fine, hanno ragione conoscendo gli esiti.

Ora ci prepariamo a una sfida quasi inedita a questi livelli, al mondiale c’è stato solo un incrocio con vittoria argentina nel 1966 per due a uno, complessivamente c’è estremo equilibrio, con quattordici confronti e sei vittorie a testa.

Prima della finale, quasi a voler imitare il pasillo de honor per le due aspiranti regine, ci sarà la finale per il terzo posto, che mai come questa volta sarà veramente un finale tra deluse, non come capitò tra Croazia e Marocco quattro anni fa, con i primi alla fine di un ciclo e i secondi con l’orgoglio della prima volta a quei livelli.

Tra Francia e Inghilterra, match comunque ricco di suggestioni, l’ultimo confronto risale ai quarti del precedente mondiale, quando i transalpini si imposero per due a uno, sarà una “finalina” tra chi ha cullato forte il sogno della vittoria trasformatosi in incubo, per colpe proprie oltre che per la bravura degli avversari.

La gara che eleggerà Miss Mondo, quella di domenica, che sarebbe potuta essere la sfida tra due regni reali, quello di Spagna e quello di Inghilterra, in cui, memori delle intermittenti guerre anglo-spagnole, svolte soprattutto sui mari, gli inglesi sognavano di infliggere una disfatta in stile Invicibile Armada agli spagnoli, sarà, invece, la sfida tra iberici e il regno del mondo calcistico, con il “re”, Leo Messi, deciso a difendere a tutti i costi il trono dal “principe” di Spagna, Lamine Yamal.

Sarà anche una sfida che, come ogni quattro anni, proporrà un indirizzo di gioco, verso cui ci si potrà uniformare o confrontare, secondo chi prevarrà, se l’idea giochista, e giovanile, della Spagna o quella pragmatica dell’Argentina, che porta avanti una singolarità storica, quella di essere l’unica squadra a giocare dieci più uno, con Messi avulso da qualsiasi manovra eppure decisivo nelle giocate fondamentali, con i compagni di squadra disposti a correre anche per lui, idea tutta sudamericana che non attecchisce in Europa, come dimostrano il Portogallo e la sua stella, Cristiano Ronaldo.

Ma gli Albiceleste sono abituati, avendo avuto Diego Armando Maradona, che però era uno più la squadra, con cui Messi ha pareggiato i conti vincendo lo scorso mondiale, ma che non riuscirà mai a superare, anche se vincesse questo.

Noi, da mesti spettatori, ma amanti del pallone, ci sistemeremo, speriamo per l’ultima volta, davanti ai televisori, per assistere alla Battaglia dei Due Regni.

Lionel Scaloni (allenatore Argentina)

In copertina Luis de la Fuente (allenatore Spagna) – Foto Wikipedia

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