di Edoardo Petagna

Luglio 1976, mezzo secolo fa. Si disputano in Canada i Giochi olimpici di Montreal e avviene il primo boicottaggio della storia olimpica. Ventidue Paesi africani rinunciano a partecipare ai Giochi per protestare contro la presenza della Nuova Zelanda, rea di aver permesso alla squadra di rugby una tournée nel Sudafrica dell’Apartheid. Durante le competizioni olimpiche, un atleta cubano, Alberto Juantorena, soprannominato El Caballo, vince i 400 e gli 800 metri piani – finora unico atleta ad aver compiuto la doppietta olimpica; dalla galassia dell’Est europeo, formidabile officina dello sport che sforna, instancabilmente, atleti di stato, appareuna ragazzina rumena, una ginnasta, Nadia Comăneci.

Lo standard medio giornaliero di vita, per le ginnaste che devono dare lustro allo Stato, è: sveglia alle 5.30, allenamento dalle 6 alle 8,  scuola, pranzo, riposo di un’ora, due ore dedicate allo studio, nuovo allenamento  fino all’ora di cena, cena, sonno. Dieta: 100 grammi di carne a pranzo e 50 la sera, 3 vasetti di yogurt al giorno, 200 gr di verdure a pasto, tre frutti. Esclusi: pane, patate, zucchero, olio. Inoltre, dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica e la caduta dei regimi dei suoi stati satelliti, si è appurato un robusto e intenso doping di stato, ossia la sistematica somministrazione ai loro atleti, per migliorarne le prestazioni, di sostanze dopanti, e di copertura dei risultati, ai test antidoping.

All’epoca di Montreal 1976, frequentavo il terzo anno di Fisica, nuotavo e arrancavo nel mare della fisica quantistica rischiando di annegare sbattendo contro gli scogli dell’equazione di Schrodinger,  del principio di indeterminazione di Heisenberg, dell’equazione di Dirac. Nell’infinitamente piccolo, non vale la fisica classica di Newton e Galilei, e allora l’effetto tunnel permette ad una particella carica di attraversare una barriera di potenziale, la materia si comporta ambiguamente, la luce è, contemporaneamente, onda e particella.

Il 18 luglio 1976, Nadia Comăneci piccola, molto piccola, di età, di altezza e di peso – 14 anni, 150 centimetri, 40 chili – con le sue prestazioni, volteggiando sugli attrezzi dei concorsi di ginnastica, sembrò sovvertire anche i principi della fisica classica. Si presentò sulla pedana della finale delle parallele asimmetriche indossando un body bianco con i capelli raccolti e stretti in un fiocco colorato. Col suo esercizio espresse forza, potenza ed energia – che sconfissero la forza di gravità – grazia e brio – che la resero empatica verso tutto il mondo che la osservava- una miscela tra una farfalla che si librava in aria e un ghepardo che si lanciava sulla preda. Un cronista disse che Nadia sembrava nuotare in un oceano d’aria. Al termine della prestazione, la giuria è strabiliata; i giudici si guardano, si consultano, si confrontano tra loro. Infine, sul tabellone elettronico compare 1.00.

foto Mondiali.it
 foto Olympic.it

Il pubblico ed i cronisti di radio e televisione restano allibiti; si pensa a una penalità oppure a una votazione punitiva. Niente di tutto ciò, lo speaker annuncia:

Signori e signore, spostate la virgola. Abbiamo un 10 perfetto.

Il tabellone non era stato programmato per riportare un 10, lo si riteneva un punteggio impossibile da raggiungere !

A Montreal, Nadia Comăneci vinse 3 medaglie d’oro (concorso generale individuale, parallele asimmetriche, trave), 1 d’argento (concorso generale a squadre) e 1 di bronzo (corpo libero).

Bart Conner, giovane ginnasta statunitense di 18 anni, restò colpito dalla giovinetta e, si racconta che, dopo il 10 perfetto, riuscì ad avvicinarla e a darle un casto bacio sulla guancia; ahimè, in tutto il trambusto che ne era seguito, Nadia non se ne accorse affatto. In seguito, però, il destino avrebbe fatto il suo corso.

Al termine dei Giochi olimpici, al rientro in Romania, la ginnasta divenne l’oggetto prediletto della propaganda del regime comunista, incarnato dalla famiglia Ceaușescu. Nicolae, segretario del Partito dal 1965, governava la Romania simile a un sovrano con la grande influenza della moglie Elena, la sua anima nera. Il figlio, Nicu, giovane senza alcun pregio e virtù, in forza di  un’autoproclamata dinastia, era considerato da tutti il successore del padre.

Nella vita di Nadia Comăneci, Nicu Ceaușescu, più grande di lei di dieci anni, irruppe violentemente, costringendola ad una relazione tossica, peraltro mai confermata dalla ragazza, fondata sulla prepotenza sulla violenza fisica e psicologica.

Nadia venne esibita come un trofeo e restò prigioniera di quella situazione per almeno tre anni e fino alle Olimpiadi di Mosca 1980, dove si piazzò seconda nel concorso individuale, dietro a Yelena Davydova, l’atleta di casa – i giudici impiegarono più di 25 minuti per formulare il verdetto finale -confermò il titolo olimpico alla trave e ottenne l’oro, a pari merito, nel corpo libero; vinse, inoltre, la medaglia d’argento a squadre. La Comăneci si ritirò dalle competizioni nel 1984, poco prima dei Giochi olimpici di Los Angeles. Per un periodo allenò i giovani ginnasti rumeni conducendo una vita molto anonima, fino al novembre del 1989 quando, con l’aiuto di un amico, raggiunse Vienna, dove chiese asilo politico per trasferirsi poi negli Stati Uniti. Nel 1994, rincontrò Bart Conner, l’atleta che l’aveva ammirata a Montreal nel 1976, e si sposarono nel 1996, esattamente venti anni dopo il 10 perfetto; nel 2006 nacque Dylan Paul Conner. Attualmente, Nadia Comăneci vive a Norman, in Oklahoma (Stati Uniti), e insieme al marito gestisce la Bart Conner Gymnastics Academy; inoltre, si occupa di numerose iniziative benefiche e di promozione sportiva; è membro onorario della federazione rumena di ginnastica e del comitato olimpico rumeno, ambasciatrice dello sport della Romania, vice presidente del consiglio di amministrazione di un’associazione per la lotta alla distrofia muscolare. È altresì impegnata nell’apertura della Clinica per bambini Nadia Comăneci a Bucarest.

 Nel Dicembre del 2003, ha pubblicato il libro Letters To A Young Gymnast, Lettera a una giovane ginnasta (casa editrice il Saggiatore), nel quale racconta la sua carriera atletica, le soddisfazioni e le difficoltà quotidiane di quell’epoca.

Di seguito, alcuni brani relativi al suo espatrio clandestino dalla Romania.

Più volte durante il resto delle sei ore mi sentii schiacciata dal peso di ciò che stavo facendo. Non riuscivo a credere che avessi preso la decisione di defezionare, che stavo rischiando la vita e di non rivedere più i miei genitori e mio fratello. Tuttavia, non ho mai pensato di tornare indietro. Dove sarei tornata? In casa mia dove a fatica riuscivo a pagare il riscaldamento? A un lavoro senza prospettive, per farmi trattare come se non avessi mai fatto nulla per il mio paese? Incontro a un futuro che non esisteva? Non equivaleva a morire?

…….

Ci sono molti luoghi non recintati lungo il confine e liberi da guardie. Un paese non può controllare ogni centimetro quadrato del proprio confine. Avremmo dovuto attraversare la frontiera con l’Ungheria in uno di quei varchi. Così la nostra guida ci avrebbe portati fino alla strada dove ad attenderci con una macchina ci sarebbe stato Constantin. Ma non trovammo mai il punto esatto dove saremmo dovuti passare. Non trovavamo la strada, figuriamoci Constantin! Non ci rendemmo nemmeno conto di aver attraversato la frontiera ungherese, finché non scorgemmo una targa con un lungo nome e tante zeta ed esse. Certamente non si trattava di un nome rumeno. Il nostro gruppo inzaccherato camminava, camminava e camminava, dritto verso due agenti di polizia.

…….

Le guardie ci chiesero di seguirli. Ci misero in una macchina e ci portarono al commissariato di polizia ungherese. Nel tragitto non volava una mosca. Non perché non potessimo parlare, ma perché eravamo ammutoliti dal terrore. Ciascuno di noi veniva interrogato separatamente.

Quando la polizia vide i miei documenti, mi offrirono immediatamente ospitalità in Ungheria. Ero una ginnasta famosa quindi, ai loro occhi, una bella preda. Quando ripenso oggi a quel momento mi domando perché valessi tanto per loro. La mia carriera era finita e sebbene fossi considerata un’allenatrice molto brava, cos’altro potevo dare all’Ungheria? Anche ad altri due del nostro gruppo venne offerto asilo. Agli altri invece venne detto che sarebbero dovuti rientrare il giorno dopo in Romania. Scoppiarono a piangere. “Ascoltate” dissi alla polizia “rimango solo a condizione che nel vostro paese possa restare l’intero gruppo.” Queste parole uscirono dalla mia bocca prima ancora che potessi soppesare davvero la situazione. La ginnastica mi ha insegnato a fare squadra, in questo caso la mia squadra era composta dai miei compagni di defezione. Ho solo pensato che non fosse giusto. Avevamo corso tutti gli stessi pericoli e attraversato il confine, dovevamo poter rimanere tutti. “Siamo arrivati insieme e insieme resteremo” dichiarai. Con mia totale sorpresa la polizia acconsentì…..”

……………

Vedi, amica mia, l’Ungheria non era la nostra destinazione finale. Era troppo vicina alla Romania. Decidemmo tutti assieme di provare a varcare il confine con l’Austria e di chiedere asilo lì.

Passammo una notte insonne, tutti ammassati in una stanza. Al mattino seguente, notai la mia foto sulla prima pagina di un giornale, ma non potevo capire cosa dicesse l’articolo. Sebbene non avessi bisogno di leggere, era abbastanza chiaro che ero già “ricercata” in Romania. Vai avanti, mi dissi, se non vuoi che la logica antidefezione comporti la tua riconsegna da parte degli ungheresi alla Romania. Più tardi quel mattino, il gruppo si divise in due macchine. Constantin ne guidava una e il suo amico l’altra. Eravamo diretti verso la frontiera con l’Austria.

…………..

Constantin ci disse dove attraversare la frontiera. Aspettammo il buio per essere pronti e iniziare a camminare.

………….

 C’erano sette reticolati di filo spinato da superare e benché io non ricordi di aver sentito graffiare, il mio corpo si ricoprì di tagli da punte metalliche affilate. Sono incredibilmente coordinata ma è impossibile non restare feriti attraversando del filo spinato. La maggior parte del gruppo era coperto di sangue. Ci vollero circa due ore per superare tutti quei reticolati. Ero stravolta quando raggiungemmo la strada dove avrebbe dovuto raccoglierci Constantin. Ci aveva istruito a restare nascosti poiché sarebbero potute transitare macchine della polizia. Constantin disse che aveva progettato di rompere un faro in ognuna delle macchine, affinché potessimo capire quando uscire dal nascondiglio.

Sdraiati a pancia sotto, nascosti nell’erba, guardavamo ogni macchina che passava, attenti a quella con un faro rotto. Quando ne vedemmo due in fila con un solo faro, saltammo in piedi e ci infilammo nelle macchine. Quella notte, dormimmo tutti sul pavimento in un’unica stanza d’albergo. L’atmosfera in quella stanza, però, non poteva essere più diversa da quella dell’albergo in Ungheria. Finalmente stavamo festeggiando. C’era un’aria di sollievo generale e di gioia piena.

Da  “ Lettera a una giovane ginnasta”, di Nadia Comăneci, Il Saggiatore, 2022

Nel novembre del 1989, dopo la caduta del muro di Berlino iniziò il crollo del regime di  Ceaușescu. I coniugi  Ceaușescu, dopo un processo sommario del Consiglio del Fronte di Salvezza Nazionale, furono giustiziati il 25 dicembre 1989.

Nadia Comăneci, del periodo trascorso con la famiglia Ceaușescu, non ha voluto mai parlarne.

Fonti:

Wikipedia

Wired.it

linkiesta.it

paginedisport.net

Lettera a una giovane ginnasta –  Nadia Comăneci, Il Saggiatore, 2022

Foto in copertina: Nadia  Comăneci – Portale Europeo per i giovani

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