di Raffaele Ciccarelli
L’importanza e la grande notorietà che possono assumere le manifestazioni sportive deriva, in massima parte, dal prestigio dei campioni che le frequentano, il mondiale di calcio non fa eccezione, avendo avuto la frequentazione, e spesso visto vincere, dei migliori calciatori del pianeta che si sono avvicendati nel corso della storia. Spesso, però, soprattutto negli ultimi, anni questa partecipazione era diventata quasi solo di facciata, almeno nella prima parte del torneo, con le star che entravano in scena solo quando il match contava, eroi stanchi e acciaccati, al termine di stagioni che sono diventate sempre più stressanti e logoranti dal punto di vista fisico e mentale. Questi mondiali, invece, stanno andando in controtendenza, i campioni ci sono e si stanno impegnando al massimo già da subito, rendendo anzi anche avvincente una prima parte del torneo che, per la verità, altrimenti avrebbe ben poco da dire dal punto di vista emozionale. Questo con le dovute eccezioni, ovviamente, perché lo spettatore esterno e neutrale, come purtroppo siamo noi, non può non parteggiare, ad esempio, per Capo Verde che, dopo aver fermato la Spagna ha imposto il pareggio anche all’Uruguay, smentendo chi li voleva solo difensivisti, perché con i sudamericani hanno impattato sul due a due. Per la verità ci sorprende poco, lo avevamo scritto in sede di presentazione che qualche sorpresa poteva anche arrivare da chi ha una impostazione calcistica europea, portoghese nella fattispecie, come quella degli africani, retaggio delle antiche dominazioni coloniali, come del resto lo stesso Curaçao, la cui matrice è olandese e che, dopo la goleada subita dalla Germania, resta ancora in corsa grazie al pareggio contro Ecuador, con tanto di ballo del re e della regina d’Olanda negli spogliatoi a festeggiare, giusto per chiarire la natura calcistica. In generale, la seconda giornata del torneo ha visto la conferma di quanto visto nella prima, fa eccezione l’eliminazione della Turchia, che resta inesplicabile: una rosa formata da campioni che giocano nei maggiori campionati europei; un tecnico, Vincenzo Montella, che li ha guidati con sicurezza e maestria nella fase di qualificazione, superata così bene da annoverare i turchi addirittura tra le possibili outsider. Eppure, tutto questo ha prodotto due sconfitte, contro Australia e Paraguay, zero gol fatti, nonostante poi le cifre parlassero anche di un numero abnorme di tiri in porta, e il prematuro ritorno a casa, lasciando solo per l’orgoglio il match della terza giornata contro i padroni di casa degli Stati Uniti. Proprio questi, vincendo contro l’Australia, si assicurano la qualificazione ai sedicesimi, insieme al Messico, che vince contro la Corea del Sud, e quasi al Canada, che infligge una sestina al malcapitato Qatar, a dire le nazionali dei tre paesi organizzatori, che non hanno goduto di particolari attenzioni sul campo quanto magari in sede di sorteggio, perché comunque protagoniste in gironi non certo irresistibili. Veniamo ora a giustificare l’incipit iniziale, e cioè i tanti campioni che non stanno facendo mancare da subito il loro apporto e partiamo da Leo Messi il quale, probabilmente consapevole di essere all’ultima recita, vuole lasciare il palcoscenico da mattatore. la nazionale argentina, qualificata ai sedicesimi con la vittoria sull’Austria, lancia chiaro il segnale che per chi vorrà spodestarla dal trono di campioni occorrerà comunque fare i conti con lei. Contro la squadra di Ralf Rangnick la Pulce continua a segnare, altri due gol che aggiunti ai tre della prima giornata fanno cinque parziali e diciotto totali, massimo goleador di tutte le edizioni dei campionati del mondo di calcio. Se proprio dobbiamo trovare un difetto all’Albiceleste è nel fatto che finora ha segnato solo Messi, ma non hanno subito reti, e al CT Lionel Scaloni va sicuramente più che bene così. Sulla scia del campione argentino, non ha fatto mancare la sua risposta Kylian Mbappé: dopo la doppietta nella prima giornata contro il Senegal, l’attaccante in forza al Real Madrid si ripete contro l’Iraq e, come per l’Argentina campione, ribadisce la propria forza e volontà di arrivare fino in fondo. Con il “vecchio” e l’attuale che avanza, non poteva mancare nel coro Erling Haaland che, come i suoi predecessori, con la Norvegia bissa quanto fatto contro l’Iraq anche con il Senegal, mentre non si ripete dopo la brillante prova con la Croazia Harry Kane, così come tutta la sua nazionale, contro il Ghana, ingabbiato e irretito da quel vecchio volpone delle panchine che risponde al nome di Carlos Queiroz, non a caso al quinto mondiale in carriera. Se tutti i precedenti nominati hanno ripetuto quanto fatto nella prima giornata, più o meno, c’è anche chi è dovuto risorgere dopo un inizio difficile, sia personale, sia di squadra: è il caso della Spagna e di Lamine Yamal, il giovane blaugrana non si è presentato in America nelle migliori condizioni, la prima gara contro la sorpresa Capo Verde è entrato nella ripresa senza incidere, invece contro l’Arabia Saudita il CT Luis de la Fuente lo ha gettato subito nella mischia e ne è stato ripagato, perché il ragazzo ha dato il via al poker che ha abbattuto gli arabi e rilanciato la Roja. Peggio era messo l’altro mostro sacro di questo mondiale, Cristiano Ronaldo, perché il suo Portogallo era stato bloccato dalla Repubblica Democratica del Congo e lui, titolare in campo, era parso evanescente e di certo non incisivo. Altra musica contro il malcapitato Uzbekistan guidato dal nostro Fabio Cannavaro, caricato a molla dalle contestazioni e dalle perplessità sulla sua tenuta, vere o presunte, CR7 ha fatto subito chiarezza sul suo stato di forma e sulla sua voglia, rifilando una doppietta agli uzbeki nel pokerissimo finale, festa a cui ha partecipato anche Rafa Leao. In attesa dei verdetti definitivi dell’ultima giornata della fase a gironi, una cosa vogliamo rimarcare subito, affermando con forza che non ci piace: la cosiddetta “hydration break”, che tra l’altro pare non piaccia a nessuno, visti i fischi con cui viene accolta ogni volta. Non siamo così ingenui da non capire che nel calcio, come in tutto lo sport di vertice, a comandare sono i soldi, e tutto è fatto in funzione di essi. Quello che non ci piace, non ci piacerà mai e mai lo accetteremo è quando questa deriva affaristica viene a toccare direttamente il campo e le storie che racconta: va bene il contorno americanizzato, ci possiamo e dobbiamo rassegnare, ma il campo è e deve restare sacro, questa presa in giro solo per incassare i soldi dalle pubblicità, che spezza il flusso del gioco dividendo la partita in quattro tempi effettivi, speriamo duri per questo mondiale e non sia più ricacciata, anche se considerando le menti che governano la Fifa, Sepp Blatter prima, Gianni Infantino ora, non c’è da essere ottimisti sotto questo profilo. Meno male che, alla fine, i campioni lasciano il segno…










