di Edoardo Petagna
Averne 96, di anni, non dimostrarli ed apprestarsi a festeggiare, alla prossima edizione, nel 2030, il centenario. Il protagonista di questa storia è il Campionato Mondiale di calcio, frutto di un’idea di Jules Rimet, un signore francese nato in un piccolo paese, Theuley les Lavoncourt, il 24 ottobre 1873, convinto sostenitore che il calcio potesse essere veicolo e strumento di emancipazione e solidarietà tra i popoli. Fondatore, nel 1919, della Federazione francese di football, fu nominato, nel 1921, presidente della FIFA (rivestì l’incarico fino al 1954) e, nel 1929, realizzò l’ambizioso progetto di un Campionato Mondiale di calcio da disputarsi ogni quattro anni.
Pierre de Coubertin, nel 1898, aveva ridato vita al mito delle Olimpiadi, ritenendo che la pratica sportiva potesse rappresentare motivo di avvicinamento fra i popoli e di consolidamento della pace; Jules Rimet aveva sposato gli stessi principi e sognava un analogo disegno universalistico da realizzarsi su un campo di calcio.

Nel 1930, l’Uruguay avrebbe celebrato il centenario della propria indipendenza (1830 – 1930); Jukes Rimet organizzò con la federazione calcistica uruguaiana la prima edizione del Campionato Mondiale di calcio, (1930), mettendo in palio quella che poi, a partire dal 1946, sarebbe stata ufficialmente denominata Coppa Jules Rimet. Il trofeo fu realizzato dall’orafo parigino, Abel Lafleur, di scuola Cartier – una statuetta, alta 30 centimetri, dal peso di 3,8 chilogrammi, di cui 1,8 d’oro, raffigurante una Nike, la vittoria alata dei greci antichi, che reggeva una coppa decagonale; la base ottagonale era contornata di lapislazzuli. Il Paese la cui Nazionale di calcio avesse vinto per tre volte il trofeo, ne sarebbe divenuto possessore definitivo.

Alla prima edizione, dal 13 al 30 luglio 1930, parteciparono 13 squadre: Uruguay, Argentina, Belgio, Bolivia, Brasile, Cile, Francia, Jugoslavia, Messico, Paraguay, Perù, Romania e Stati Uniti. L’Italia non partecipò, adducendo come motivazioni la concomitanza con il campionato nazionale (il campionato 1929-30 si sarebbe concluso il 6 luglio), il lungo viaggio in mare e le difficoltà di adattamento al clima. La Nazionale egiziana, a causa di una tempesta nel mar Mediterraneo, non raggiunse in tempo il porto di Marsiglia, da dove sarebbe partita la nave che avrebbe condotto i calciatori europei in Sudamerica, e dovette dare forfait. Inglesi e scozzesi, spocchiosi e presuntuosi, convinti di essere campioni del mondo per infusione divina, essendo gli inventori del gioco del calcio, non parteciparono. La finale la disputarono Argentina e Uruguay e, al calcio d’inizio, si verificò lo strano caso del pallone: gli argentini preferivano il modello Tiento, gli uruguaiani il T-Model. L’arbitro belga, John Langenus, decise, salomonicamente, di far giocare il primo tempo col pallone preferito dagli argentini ed il secondo col T-Model, gradito agli uruguaiani. Forse fu un caso, ma gli argentini finirono il primo tempo in vantaggio per 2 a 1 mentre, nel secondo tempo, gli uruguaiani segnarono tre gol e vinsero per 4 a 2.


La seconda edizione fu assegnata all’Italia fascista, e la federazione decise per una guida tecnica composta da una strana coppia: un funzionario della Pirelli, Vittorio Pozzo, e un generale della milizia fascista, Giorgio Vaccaro. Oltre all’aspetto sportivo, il fatto rilevante fu il debutto della radio italiana, l’EIAR, ai bordi del campo. Il radiocronista, Nicolò Carosio, col suo stile secco e stentoreo, iniziò a descrivere le gesta dei giocatori italiani con metafore, toni epici e narrazioni dettate più dalla sua fantasia che da episodi reali.
Carosio narrerà le gesta calcistiche in radio, e poi in televisione, fino al 1970, anno in cui fu disputato il mondiale del Messico.
Nel corso della partita Italia – Israele, il guardalinee etiope segnalò all’arbitro un presunto fuorigioco ad un gol di Gigi Riva.
“Ma che cosa vuole questo etiope?” – esclamò Carosio.
Gli venne, invece, attribuita la parola “negraccio”, mai pronunziata.
Contro di lui si scatenò un linciaggio mediatico che portò alla sua sostituzione con Nando Martellini. Dopo molti anni, fu riconosciuta la sua buonafede: aveva definito semplicemente etiope, che tale era realmente, l’assistente dell’arbitro.
La finale tra Italia e Cecoslovacchia fu disputata a Roma, il 10 giugno 1934 – sei anni dopo, nello stesso giorno, ci sarebbe stata l’entrata in guerra dell’Italia – allo Stadio Nazionale del Partito Fascista con la grancassa della propaganda di Mussolini. Al vantaggio della Cecoslovacchia, a circa venti minuti dalla fine, seguì, negli ultimi dieci minuti, il gol di Orsi. Nei tempi supplementari, un gol di Schiavio consegnò all’Italia il primo titolo mondiale della sua storia calcistica. Mussolini convocò gli azzurri a Palazzo Venezia ancora in maglietta e pantaloncini e la sera stessa il generale Vaccaro consegnò ai campioni del Mondo il premio per la vittoria di ventimila lire.
La fase finale del Campionato mondiale del 1938 si disputò in Francia. Sull’Europa soffiavano già venti di guerra e si stagliava all’orizzonte la minaccia bellicistica nazi-fascista. Il Campionato, giocato “in nome dello sport puro e della fraternità”, era già una favola a cui non credeva più nessuno. La Germania nazista di Hitler aveva appena annesso l’Austria e alla squadra tedesca di calcio era stata concessa la facoltà di schierare cinque giocatori austriaci e di escludere quelli di origine ebraica. L’Italia in armonia col pensiero di Mussolini, invece della classica maglia azzurra, indossava una maglia nera e si allineava in campo col saluto fascista, circostanza decisamente sgradita alla folta colonia di fuoriusciti ed esuli italiani antifascisti rifugiatisi in Francia e pronti a manifestare durante le partite il loro dissenso dal regime.
Per la Nazionale italiana, le chiose più interessanti riguardarono la semifinale col Brasile, che si giocò a Marsiglia il 16 giugno. La federazione brasiliana era così sicura dell’esito vittorioso della partita che aveva noleggiato un aereo privato per andare a Parigi, dove si sarebbe giocata la finalissima. Vittorio Pozzo chiese ai brasiliani di cedere agli italiani, in caso di un successo azzurro, il passaggio in aereo; la risposta fu negativa. Al 60esimo, l’arbitro assegnò all’Italia, già in vantaggio per 1 a 0, un calcio di rigore. Sul dischetto, si presentò Meazza, il Pepin della Nazionale. Ventotto anni, i capelli imbrillantati, Meazza si preparò a batterlo ma l’elastico dei pantaloncini, si era allentato e, quando prese la rincorsa, l’elastico cedette definitivamente e il giocatore rischiò di rimanere in mutande ! Senza perdersi d’animo, l’attaccante italiano si tenne su i pantaloncini con le mani e batté il pallone di piatto destro, spiazzando il portiere brasiliano. La partita terminò 2 a 1 per l’Italia.
L’aereo non portò fortuna ai sudamericani, perché la semifinale la persero! Con l’aereo noleggiato, il team brasiliano fece direttamente rotta verso Rio de Janeiro ! A Parigi, a giocarsi la coppa e a vincerla, contro l’Ungheria, ci andò la Nazionale italiana !
Il 1° settembre 1939, la Germania nazista invase la Polonia, primo atto di quella che fu la Seconda Guerra mondiale. In pochi mesi, su tutto il continente europeo furono bombardamenti, distruzione e morte. All’inizio del conflitto, la Coppa Rimet si trovava in Italia, in virtù dei successi della Nazionale azzurra nel 1934 e nel 1938, custodita da Ottorino Barassi, segretario della Federcalcio e vice-presidente della FIFA. Si narra che Hitler ne volesse venire in possesso perché credeva che essa possedesse particolari virtù esoteriche, in quanto rappresentasse l’essenza del calcio. Dalla Platzkommandantur, il Comando tedesco di Roma, partì l’ordine di recuperarla ad ogni costo. Per scongiurare questa eventualità, Barassi la mise al sicuro nella sua abitazione di famiglia, a Torremaggiore, in provincia di Foggia. Vanamente, SS e Gestapo perquisirono i suoi uffici e la sua abitazione di Roma. Alla fine della guerra, Barassi la consegnò al nuovo commissario della Federazione, Giovanni Mauro e poi la Coppa Rimet fu restituita alla Fifa che la rimise in palio, in Brasile, nel 1950.
L’edizione brasiliana sembrava che avesse già un vincitore; la Nazionale del Brasile si sentiva predestinata alla vittoria e, invece, visse uno dei più grandi drammi calcistici della sua storia calcistica. L’Italia si presentò in Brasile da campione del mondo in carica ma, l’anno precedente, il 4 maggio, si era verificato il disastro di Superga. L’aereo che trasportava il Grande Torino si era schiantato contro la collina torinese; nessun superstite; il calcio italiano aveva perduto la squadra più forte d’Europa e gran parte della Nazionale. La federazione decise di raggiungere il Brasile via mare. Gli azzurri partirono da Napoli e viaggiarono per oltre due settimane. Allenamenti impossibili sulla nave, scarse condizioni fisiche e scarso morale fecero sì che la squadra venisse eliminata nelle fasi iniziali. Altra circostanza imprevedibile ed incredibile: gli inglesi, i maestri del calcio, furono sconfitti dagli Stati Uniti, una squadra composta da dilettanti, per 1-0. Il gol fu segnato nel primo tempo da Gaetjens, un lavapiatti, e il vantaggio fu difeso dalle prodezze del portiere Borghi, impresario di pompe funebri. Nell’ultima partita del torneo, tra Brasile e Uruguay, quella che avrebbe assegnato la coppa, ai brasiliani sarebbe stato sufficiente il pareggio per vincere il titolo e, invece, persero inopinatamente per 2 a 1: il Maracanazo. Il termine nato dal nome del gigantesco stadio Maracanã di Rio de Janeiro che, il 16 luglio 1950, era gremito da quasi 200.000 spettatori. Quando il Brasile passò in vantaggio per 1 a 0 tutto sembrava procedere per il verso giusto ma Schiaffino e Ghiggia ribaltarono il risultato a favore dell’Uruguay. Tragedia e disperazione da parte dei tifosi brasiliani, alcuni dei quali si suicidarono. Il Maracanazo, ovvero nel calcio non c’è certezza di vittoria fino all’ultimo secondo dell’ultimo minuto di gioco. Adattando una celebre frase di Vujadin Boskov, ex giocatore ed allenatore serbo:
“Partita finita, quando arbitro fischia tre volte..!!”

Per i tifosi brasiliani, un dramma simile, il “Mineirazo” si sarebbe ripetuto l’8 luglio 2014, a Belo Horizonte (stadio Mineirão, da lì il termine “Mineirazo“). Si giocò la semifinale del Campionato del Mondo, ospitato proprio dal Paese sudamericano, tra il Brasile e la Germania ed i verdeoro furono travolti da un incredibile e memorabile 7-1.
Nel 1962, il Campionato Mondiale di calcio si disputò in Cile. L’Italia stava vivendo un periodo particolarmente vivace della sua Storia. Si era all’inizio del cosiddetto boom economico; il governo politico – con a capo il democristiano Amintore Fanfani – vedeva per la prima volta la collaborazione del Partito Socialista con la formula dell’astensione; a seguito della nazionalizzazione dell’energia elettrica, era stata istituita l’ENEL (Ente Nazionale per l’Energia Elettrica) e, nel campo dell’Istruzione, venne istituita la scuola media unificata e obbligatoria fino ai 14 anni.
Il mondiale di calcio, per la Nazionale italiana, si concluse rapidamente, con l’eliminazione già dal girone iniziale. La scelta della FIFA del Paese andino aveva suscitato accese proteste da parte dell’Argentina che si era candidata a ospitare la rassegna calcistica ed i giornali italiani avevano buttato benzina sul fuoco sottolineando la carenza di infrastrutture, ulteriormente danneggiate dal terremoto del 22 maggio 1960, a tutt’oggi, il sisma più violento mai registrato. Con una magnitudo di 9,5, la terra tremò per oltre dieci minuti e successivamente si scatenò un maremoto che interessò le coste di Hawaii, Giappone, Filippine, Nuova Zelanda. Nel Cile si registrarono oltre 1600 vittime, 3000 feriti, 2 milioni si sfollati e 550 milioni di dollari di danni nel solo nella sua parte meridionale.
Tra i giornalisti italiani, i più critici erano stati Antonio Ghirelli, dalle colonne del Corriere della Sera, e Corrado Pizzinelli de Il Resto del Carlino – La Nazione.
Col titolo “Santiago, i confini del mondo: l’infinita tristezza della capitale cilena” si descriveva il Cile come “.. uno dei paesi sottosviluppati del mondo e afflitto da tutti i mali possibili: denutrizione, prostituzione, analfabetismo, alcolismo, miseria… Sotto questi aspetti il Cile è terribile e Santiago ne è la sua espressione più dolente, tanto dolente che perde in sé le sue caratteristiche di città anonima… Interi quartieri della città praticano la prostituzione all’aria aperta…” La Nazione rincarava la dose. Scriveva Pizzinelli: “…il Cile sul piano del sottosviluppo deve essere messo alla pari di tanti paesi dell’Asia e dell’Africa… Gli abitanti di quei continenti sono dei non progrediti, questi sono dei regrediti.”
Le argomentazioni scatenarono un coro di proteste da parte della stampa cilena contro l’Italia. La più pacata fu la Revista Estadio:
“Anche noi abbiamo visto la povertà nel sud Italia – durante la tournée della nazionale cilena in Europa – però preferiamo parlare delle meraviglie di Venezia e Firenze.”

Altro elemento di polemica era il non gradimento dei tifosi e della federazione cilena circa l’utilizzo da parte dell’Italia degli oriundi. Sivori e Maschio – nati in Argentina ma con ascendenti italiani – Altafini e Sormani – oriundi brasiliani – venivano considerati dei traditori del Sud America. La partita tra Cile e Italia, decisiva per il passaggio del turno, più che un incontro di calcio fu un misto tra pugilato e lotta libera. L’arbitro inglese, Ken Aston, non ebbe mai il controllo disciplinare dei giocatori delle due squadre. Risse, aggressioni, calci, espulsioni, la battaglia di Santiago fu vinta dal Cile per 2 a 0. Maschio fu colpito da un pugno al volto e si fratturò il naso, Ferrini fu espulso ingiustamente e si rifiutò di lasciare il terreno di gioco tanto che dovettero intervenire i Carabineros do Chile, la forza pubblica cilena. L’Italia terminò la partita in nove e, in virtù della sconfitta, non si qualificò per il turno successivo.

All’epoca, non esistevano ancora i collegamenti via satellite per i programmi televisivi e la partita, giocata nel pomeriggio cileno, fu trasmessa alla radio nella serata italiana – ci sono 5 ore di differenza di fuso orario tra Italia e Cile. Accanto a mio padre, ne ascoltai la radiocronaca e quello fu il mio primo approccio con il calcio. Il vostro cronista aveva 7 anni; ne sono trascorsi 64 e l’amore per questo sport, nonostante le non poche delusioni, è ancora vivo; quello che è scemato, per come, negli anni, il gioco del calcio è stato trasformato e violentato, è stato l’incanto, la magia, lo spirito di attaccamento ai colori sociali che trasferivano i giocatori del passato, molti dei quali fedeli a una sola maglia per tutta la carriera sportiva. (continua)









