di Raffaele Ciccarelli

Saltando di continente in continente, passando per interi ricordi di storia umana, in questo nostro viaggio nei fatti e nei personaggi che hanno fatto la storia del calcio abbiamo imparato che è spesso in quei luoghi meno attesi che si trovano i ciottoli giusti per costruire il percorso.

Facile, infatti, cercare e trovare campioni là dove il calcio è religione, ragione di vita, in Sud America come nella Vecchia Europa, ma anche qui spesso non è nei cuori pulsanti, ma nelle arterie secondarie o piccole vene, che si può trovare il campione.

Se l’Olanda ci ha regalato Johan Cruijff, l’Argentina è stata la culla di Diego Armando Maradona, il Brasile ha visto la ginga di Pelé, la Germania la classe di Franz Beckenbauer, per restare a nomi altisonanti, tutte le nazioni che seguono religiosamente un  pallone che rotola hanno, o hanno avuto, il loro campione di riferimento.

Dovunque c’è stata quella sorta di messia, quel giocatore che con le sue gesta, le sue capacità, il suo carisma, il suo talento, in sostanza, quello è diventato un esempio, il sogno che ha fatto appassionare, creato emuli, fino a diventare l’esempio da seguire.

E questo in tutte le nazioni del mondo, anche in quella che ci interessa, che ha dato i natali al nostro protagonista, il Paraguay, anche se, come vedremo, in realtà la sua Nazionale non ha potuto mai giovarsi dell’estro del nostro campione, Raúl Vicente Amarilla.

Nacque a Luque, Raúl, da subito il pallone iniziò a scorrere nelle sue vene, e già a diciassette anni debuttava con la prima squadra del suo paese, lo Sportivo Luqueño.

Questo è un club fondato nel 1921 che avrebbe fatto la storia del suo PAesenon tanto per le vittorie, due, e anche abbastanza remote, nel campionato paraguayano, quanto per i campioni che ne hanno vestito i colori giallo blu: oltre allo stesso Amarilla, Aurelio Gonzales, Dionisio Arce, fino al più rappresentativo di tutti, José Luis Chilavert, più volte considerato tra i migliori portieri del mondo.

Dura tre stagioni l’avventura di Amarilla con lo Sportivo Luqueño, sufficienti a metterne in luce le sue doti di estroso attaccante, capace di concludere a rete in molti modi, spesso in maniera imprevedibile per i portieri avversari.

Abile nel colpo di testa grazie alla sua altezza, la sua tecnica sopraffina gli permetteva dribbling stretti, colpi di tacco, tiri dalla lunga distanza, un repertorio completo che destò gli interessi internazionali, che si concretizzarono in Spagna, con il tesseramento per il Real Zaragoza.

Per i regolamenti dell’epoca, però, era la stagione 1980/1981, il Zaragoza non aveva posto per altri giocatori stranieri, e allora Amarilla fu dirottato in prestito al Racing Santander, dove fu comunque protagonista, contribuendo alla promozione dei cantabrici in Primera División.

La stagione successiva esordì, finalmente, con il Real Zaragoza, andando a ingrossare quella colonia di giocatori uruguayani e paraguayani che fece affibbiare al club il nomignolo di Los Zaraguayos.

Con i Leones militò per quattro stagioni realizzando quarantasette reti e mettendo in mostra tutto il suo repertorio, cosa che gli valse il passaggio al Bercellona.

All’epoca i catalani non erano ancora lo squadrone attuale, appena la stagione precedente erano diventati campioni di Spagna per la decima volta, a livello internazionale potevano vantare solo due vittorie in Coppa delle Coppe, più che altro in campo interno erano sempre i fieri rivali del Real Madrid, ma più per le note questioni politiche che per i successi calcistici.

Con i Balugrana Amarilla, in tre anni di militanza, ebbe comunque modo di vincere una Coppa di Lega nel 1986, segnando tra l’altro il primo gol nella rimonta nella finale di ritorno contro il Betis Siviglia, e una Coppa del Re sarebbe giunta alla fine della stagione 1987/1988, quando i catalani in finale superarono la Real Sociedad, ma ormai Amarilla era finiti ai margini della squadra, riserva di Gary Lineker, per cui la stagione successiva decise di ritornare in Patria, all’Olimpia di Asuncion. Come spesso capita nel destino di chi fa sport, una carriera che sembrava avviata al viale del tramonto, ricca di soddisfazioni anche se con pochi trofei, nella sua seconda parte, quando ormai nessuno, nemmeno lo stesso Amarilla, se lo aspettava, si trasforma in leggenda.

El Decano, come è chiamato il club paraguayano, aveva vinto la Copa Libertadores,l la loro Coppa dei Campioninel 1979, per bissare il successo fu ingaggiato lo stesso Amarilla che, nell’edizione del 1989, siglando dieci reti, contribuì a raggiungere la finale, dove però l’Olimpia fu sconfitta dall’Atletico Nacional di Medellin.

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