di Raffaele Ciccarelli

È storia nota a tutti che il calcio, oltre che a essere trasformato in un’attività sportiva con la regolamentazione da parte degli inglesi, fu dagli stessi diffuso in tutto il mondo.

In quegli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, infatti, l’Inghilterra era la più grande potenza marittima mondiale, le sue navi attraccavano là dove esisteva un porto e c’era possibilità di commercio, di conseguenza i marinai, come svago, si divertivano con improvvisate partite di pallone.

Coinvolgere nel gioco anche gli abitanti locali, incuriositi, fu cosa da poco e lentamente il gioco iniziò ad attecchire, assumendo con gli anni le caratteristiche peculiari delle varie nazioni coinvolte.

Furono processi più lenti o più veloci, dipendendo anche dalle situazioni socio politiche che vigevano in quelle stesse nazioni, e bisogna anche ricordare che in quello stesso periodo lo sport era sostanzialmente elitario, praticato soprattutto dai rampolli delle nobili famiglie che potevano permettersi di giocare anziché lavorare, a volte, anche per quindici ore al giorno.

Questo era il quadro generale anche di quella che all’epoca era una nazione europea affascinante e poco conosciuta, forse anche perché grande e perciò lontana dai centri della Vecchia Europa: la Russia.

Facendo tappa nei porti dei Balcani, i marinai inglesi non mancarono di portare anche il pallone oltre alle varie mercanzie, il calcio in Russia però si sviluppò relativamente tardi rispetto ad altre parti del mondo, fu intorno ai primi del Novecento, nel 1910, che questo sport iniziò ad avere una sua diffusione popolare.

Siamo ancor anella Russia degli Zar, Nicola II sarebbe stato l’ultimo, quando nel 1912 fu fondata la Federazione Calcio di tutte le Russie.

Due sarebbero stati i campionati organizzati dalla neonata Federazione, vinti dalle rappresentative di San Pietroburgo e Odessa, prima che la Storia desse un indirizzo diverso al senso della nazione, coinvolta nella prima guerra mondiale e poi nella Rivoluzione d’Ottobre.

Fu in particolare quest’ultimo evento che avrebbe condizionato la vita di quel paese, e lo stesso calcio, come vedremo, per i quasi ottant’anni successivi, fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

La Rivoluzione d’Ottobre, in realtà, fu solo la conclusione di quanto già iniziato nel febbraio di quel 1917, quando l’insurrezione partì dalla deposizione dello zar e portò alla fine dell’impero russo.

Seguì un primo periodo di instabilità che ebbe termine tra il 24 e il 25 ottobre quando i bolscevichi guidati da Vladimir Ul’janov Lenin e Lev Trockij riuscirono a formare un governo provvisorio, che dovette ribattere la reazione armata dei controrivoluzionari, culminata in una cruenta guerra civile  che ebbe termine nel 1922, con la vittoria dei bolscevichi e la formazione di quella che divenne l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Subito dopo la fine della guerra il nuovo governo si preoccupò anche di riorganizzare il calcio, con un obiettivo preciso: toglierne l’etichetta di elitario, sostituendo le vecchie squadre considerate simbolo della borghesia con associazioni sportive legate ad aziende di stato ed enti pubblici, dando così vita alle squadre della Polizia, la Dinamo, dell’Esercito, Cska, dei Ferrovieri, Lokomotiv, degli Operai dell’Automobile, Torpedo.

Occorre fare un altro inciso, che avrà una rilevanza fondamentale nella affermazione e sviluppo del calcio in quella che era l’Unione Sovietica: nel 1922 segretario del Pcus, divenendo di fatto il leader del Partito, fu eletto Josif Stalin.

Il personaggio è noto, pur avendo, probabilmente in maniera decisiva, contribuito alla sconfitta della Germania nazista e di Adolf Hitler, di lui resta soprattutto il regime dittatoriale e repressivo che instaurò, le purghe e i gulag con cui venivano fatti sparire o detenuti in condizioni estreme tutti coloro che erano dissidenti e si opponevano al governo stalinista.

In siffatta situazione, tra guerre e rivoluzioni, il calcio sopravviveva in ombra, e allora venne l’idea, ad Aleksandr Kosarev, segretario del Komsomol, l’organizzazione giovanile comunista, di far assistere il dittatore a un incontro – esibizione: se Stalin si fosse mostrato interessato, allora si poteva pensare di sviluppare e organizzare anche il gioco del calcio; viceversa, se invece avesse mostrato segni di noia e di disinteresse, per quella disciplina sportiva non ci sarebbe stato alcun futuro in Unione Sovietica, e probabilmente gli ideatori dell’operazione avrebbero finito i propri giorni in qualche gulag nella poco accogliente Siberia.

Queste erano le condizioni, per cui si può ben comprendere come non fosse semplice trovare le due squadre che si dovevano esibire, anche perché il calcio che si giocava in quel periodo era in pratica sotto il controllo della squadra della polizia, la Dinamo, e del suo potente e temuto presidente, Lavrentij Berija.

Inizialmente la partita era prevista proprio tra la Dinamo e lo Spartak, che era la squadra del popolo richiamato anche nel nome scelto dal suo fondatore, Nikolaj Starostin, che si riferiva a quello dello schiavo ribelle a Roma, Spartaco.

Il giorno fu il 6 luglio 1936, quando si celebrava la Giornata della Cultura Fisica, durante la quale era prevista l’esibizione di varie discipline sportive davanti a Stalin, dovendo segnare anche una dimostrazione di forza e di disciplina.

Il luogo, naturalmente, l’imponente Piazza Rossa, di cui tante volte si sono potute vedere immagini con l’esercito sovietico sfilante in tutta la sua potenza, reale o apparente, per incutere timore nelle nazioni occidentali.

Ovvio che una partita di calcio non poteva essere giocata sull’acciottolato della piazza, che fu opportunamente ricoperto da decine di metri di panno, giusto le dimensioni di un campo da calcio, per dar vita a quella che probabilmente è stata la prima partita di calcio giocata su una superficie artificiale.

Risolto questo problema, se ne presentò un altro: Berija, vuoi per avversione a Starostin, vuoi perché temeva le conseguenze di un fallimento, ritirò la Dinamo, per cui rimasero solo quelli dello Spartak che però non si persero d’animo, scendendo in campo in un match tra titolari e riserve.

Il fatidico giorno, tra le mura del Cremlino, la Basilica di San Basilio, il Mausoleo di Lenin, in uno spettacolare e suggestivo ambiente, su un tappeto di stoffa, con il dittatore in tribuna e al fianco lo stesso Kosarev, pronto ad agitare un fazzoletto bianco che sarebbe stato foriero di tragici futuri per i protagonisti in caso di noia di Stalin, la gara di due tempi di quindici minuti ebbe inizio.

Sarà stata l’incoscienza, la voglia di imporsi, una messinscena preparata, come pensato da molti, quasi una coreografia teatrale, fatto sta che il Piccolo Padre mostrò interesse alle evoluzioni dei calciatori che vedeva in campo, tanto da allungare il match ben oltre la mezzora prevista, gara che, per la cronaca, terminò con la vittoria dei titolari dello Spartak sulle riserve per quattro a tre.

Fu in questo modo anche avventuroso che il calcio, pur già presente, possiamo dire che ebbe il suo battesimo ufficiale, con il placet e la benedizione di Iosif Stalin, che per pochi momenti della sua vita e della sua sanguinosa dittatura, fu preso per la irresistibile passione per un pallone, un campo di calcio, ventidue lottatori.

Russian servicemen march during the Victory Day parade at Red Square in Moscow, Russia, May 9, 2015. Russia marks the 70th anniversary of the end of World War Two in Europe on Saturday with a military parade, showcasing new military hardware at a time when relations with the West have hit lows not seen since the Cold War. REUTERS/Host Photo Agency/RIA Novosti ATTENTION EDITORS – THIS IMAGE HAS BEEN SUPPLIED BY A THIRD PARTY. IT IS DISTRIBUTED, EXACTLY AS RECEIVED BY REUTERS, AS A SERVICE TO CLIENTS – RTX1C76D

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