di Raffaele Ciccarelli

Lo sport moderno, oltre a rappresentare una grossa fonte economica, è una forma di svago per le masse, che ingenerano, appunto, il giro di affari e di soldi.

Quella passione, poi, in passato, e forse in alcuni casi ancora oggi, è stata sfruttata da regimi con pochi o nulli scrupoli per esaltare e propagare il più possibile le loro ideologie malate.

Oltre a ciò, però, ed è un lato meno conosciuto, alcune volte lo sport ha rappresentato un’ancora di salvezza per vite che, altrimenti, sarebbero state perdute.

Quante storie, legate soprattutto al pugilato, possono essere raccontate in questo senso, quanti giovani altrimenti destinati alla delinquenza, se non peggio, sono stati salvati praticando la Nobile Arte?

Quanti, che poi sono diventati campioni, in gioventù si sono ritrovati di fronte a un bivio, scegliendo per fortuna, e il più delle volte, la strada giusta?

Anche nel calcio, soprattutto quello dei primi anni del secolo scorso, delle due guerre mondiali e del periodo tra esse intercorso, possiamo trovare storie in cui questo sport ha rappresentato una via di fuga e di salvezza, ed è proprio la storia del personaggio che ci accingiamo a raccontare.

Bisogna attraversare l’Europa verso nord fino ad approdare nei Paesi Bassi, una nazione che, calcisticamente, nel primo mezzo secolo del Novecento era poca cosa, vivendo lo sport esclusivamente come dilettantistico, ben lontano ancora dalla rivoluzione del Calcio Totale degli anni Sessanta che proprio lì ebbe origine, e fu lì che nacque il nostro eroe, Abraham Appel, conosciuto come Bram.

Di molte persone spesso si dice che hanno avuto due vite, una prima e una dopo un particolare, significativo, evento che ne ha cambiato il corso della vita stessa, nel caso di Bram Appel di vite ne possiamo contare tre: una, che stava seguendo il suo corso normale; una seconda, quando fu deportato ai lavori forzati in Germania; una terza, dopo quella terribile esperienza.

Bram Appel nacque a Rotterdam nel 1921, ma quella prima parte della sua vita si svolse soprattutto a L’Aja, dove il padre possedeva una scuderia di cavalli da corsa.

Non era l’ippica, però, che attirava Bram, il fisico non era quello di un fantino, e presto lo richiamò il calcio, approdando a sedici anni all’Archipel di Den Haag.

Proprio il fisico, alto e prestante, inizialmente lo portò a schierarsi tra i pali, ma quasi subito scoprì che la sua vocazione non era quella di evitare i gol, quanto di realizzarli.

Intanto la Storia stava costruendo quei fatti che avrebbero modificato il corso della sua vita una prima volta: l’Europa era ormai in guerra, preda della follia nazista, con la Germania hitleriana che aveva dato fuoco alle polveri invadendo la Polonia nel 1939, nel 1940 il conflitto viveva una sorta di stasi, passata alla storia come “strana guerra”, che l’esercito tedesco spezzò dando il via al Fall Gelb (caso giallo) con cui iniziò l’attacco al fronte occidentale violando la neutralità di Belgio e Paesi Bassi, nel maggio 1940.

Nei piani nazisti l’occupazione non avrebbe dovuto avere particolari ripercussioni sulla popolazione, ma le insurrezioni contro gli ebrei portarono presto a insurrezioni e ribellioni avverso gli invasori.

In questo clima per due anni Bram Appel riuscì a sfuggire alla cattura che però avvenne nel 1942, quando fu deportato a Berlino e costretto a lavorare per i tedeschi, pena la fucilazione della famiglia.

È a questo punto che subentrò la vena salvifica del calcio: il direttore della fabbrica dove Appel era costretto a lavorare era un patito di calcio, scoprì le sue doti in alcune partite tra deportati e ne favorì il tesseramento per l’Hertha Berlino: questo gli garantì condizioni di vita migliori, un lavoro d’ufficio, e la possibilità di giocare a calcio.

Con la Die Alte Dame avrebbe giocato due stagioni, nella seconda, nel 1943/1944, avrebbe contribuito con quindici reti a far vincere ai berlinesi la Gauliga Berlin-Brandeburg, il campionato regionale, eliminato poi ai quarti di finale della fase nazionale dall’HSV Gross Born.

Quello fu il suo ultimo campionato tedesco, la guerra finì, Appel rientrò in Patria, ma qui iniziarono nuove difficoltà.

I suoi trascorsi nella squadra berlinese, infatti, gli valsero una nemmeno tanto velata accusa di collaborazionismo: “Nessuno è mai stato in grado di dirmi cosa c’era di sbagliato nel giocare nell’Hertha da condannato ai lavori forzati. Grazie al calcio ho ottenuto cibo migliore e ho finito col lavorare in un posto meno pericoloso. Tra l’altro, non è che avessi molta scelta”. Queste le sue considerazioni.

Giocò comunque in squadre minori, salvo essere richiamato per amor patrio ai Giochi Olimpici di Londra 1948 in sostituzione dell’infortunato attaccante André Roosenburg siglando una doppietta nell’onorevole sconfitta, ed eliminazione, contro la Gran Bretagna, che non gli valse, però, la riabilitazione.

In realtà ad Appel veniva fatto pesare anche il suo status praticamente da professionista, in una nazione votata esclusivamente al dilettantismo, ed era osteggiato soprattutto dal capo della Federazione olandese, Karel Lotsij, che da recenti inchieste è risultato, lui sì, un possibile collaborazionista dei tedeschi.

Appel capì che in Patria non avrebbe potuto continuare, le imprese olimpiche londinesi gli valsero l’attenzione internazionale e accettò subito l’offerta dei francesi dello Stade Reims in cui poté far valere in pieno le sue doti di attaccante dal tiro potente e dal colpo di testa preciso.

Con i bianco rossi francesi il suo potenziale poté esprimersi in pieno, soprattutto quando fece coppia con il prolifico Raymond Kopa, che sarebbe stato il miglior giocatore transalpino nel terzo posto dei Bleus al Mondiale svedese del 1958, formando un duo inarrestabile, vincendo il campionato francese nel 1953, con Appel che bissava il successo in Coppa di Francia del 1950.

Nel 1953 ci fu anche un incrocio con il calcio italiano, quando nella Coppa Latina, competizione che anticipava la Coppa dei Campioni, riservata a squadre francesi, italiane, portoghesi e spagnole, sconfisse in finale il Milan per tre a zero, con doppietta di Kopa inframmezzata da una rete di Appel.

Un altro fatto importante accadde lo stesso anno: una inondazione del Mare del Nord aveva causato migliaia di vittime e molti danni nella provincia olandese della Zelanda, per dare un aiuto lo stesso Appel e Theo Timmermans organizzarono un’amichevole per la raccolta fondi, con la loro squadra composta tutta da professionisti olandesi militanti all’estero non riconosciuti come tali in Patria.

Fu un successo, la vittoria sulla Francia con rete vittoria di Appel nel due a uno finale, e probabilmente fu anche quel match a sdoganare il professionismo nel calcio nei Paesi Bassi.

Concluso il periodo d’oro allo Stade Reims ci fu il ritorno in Patria, passando per una stagione a Losanna, con la chiusura di carriera al Fortuna 54 Geleen, oggi Fortuna Sittard, con anche le ultime apparizioni in Nazionale.

Chiusa l’attività agonistica iniziò la terza parte della vita di Bram Appel, quella di allenatore, che per la verità aveva visto i suoi prodromi già nella stagione 1954/1955, quando nelle file degli svizzeri del Losanna vestì i panni di allenatore-giocatore, portando la squadra al secondo posto nel campionato elvetico.

A tempo pieno l’allenatore lo avrebbe fatto in Patria per otto stagioni, dal 1962 al 1970, prima al PSV Eindhoven, dove vinse il campionato nella stagione 1962/1963 arrivando primo dopo una lunga lotta con Ajax Amsterdam e Sparta Rotterdam, poi chiudendo al Beeringen.

Tante vite in un uomo solo, che ha avuto sempre il calcio come bussola, e che il calcio ha contribuito a mantenere in vita in momenti difficili, senza mai perdere la strada del talento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *