di Raffaele Ciccarelli
Il talento non ha cittadinanza, né ceto sociale, tanto meno colore della pelle: il talento è semplicemente di chi l’ha, di colui che è stato scelto, dal fato o chi per esso, per possederlo.
Il talento si può esprimere in qualsiasi forma, artistica il più delle volte, ma anche scientifica, quando si identifica nei cosiddetti geni, e anche nello sport, che la Storia insegna come sia parte pregnante del nostro vivere.
Per sgomberare subito il campo da possibili travisamenti, il “talentuoso” è diverso dall’”eroe”: quest’ultimo è una persona normale che fa cose straordinarie in situazioni eccezionali, il primo è semplicemente una persona dotata di qualità che altri non hanno, inquadrabile appunto nei “geni”, che si possono trovare in qualsiasi campo.
In quello sportivo, e calcistico in particolare, a questa categoria vanno ascritti sicuramente talenti puri quali Pelé e Diego Armando Maradona, Alfredo Di Stefano e Johan Crujiff, Cristiano Ronaldo e Leo Messi, per arrivare ai giorni nostri.
C’è, però, un’altra categoria che può essere aggiunta a queste: il “talento locale”, cioè quel giocatore, nel nostro caso, dotato di qualità eccezionali nell’ambito di una comunità ristretta, riuscendo a distinguersi e a raggiungere alte vette, seppur non l’empireo.
È il caso del personaggio di cui vogliamo raccontare, il peruviano Jorge Luis Campolo Alcalde.
Il Perù, una nazione dalle solide tradizioni calcistiche che iniziò a costruirsi alla fine degli anni Venti del secolo scorso, che conserva l’orgoglio dell’impero Inca da cui discende la sua popolazione, anche se al tempo della civiltà precolombiana lo sport più diffuso era il Tachtli, piuttosto cruento e antesignano, semmai, della pallacanestro.

Jorge Luis Alcalde nacque nella parte della nazione che affaccia sull’Oceano Pacifico, a Callao, iniziò subito a giocare a calcio, perché già lo facevano altri suoi due fratelli, ma Jorge mostrò subito una caratteristica che sarebbe diventata un suo tratto peculiare: era particolarmente alto, soprattutto per gli standard peruviani dell’epoca, che vedevano la popolazione maschile raramente raggiungere il metro e settanta, lui toccava il metro e ottanta centimetri di altezza.
Una rarità, che nell’immaginario collettivo lo fece paragonare subito a Victorio Campolo.
Questi era un pugile italo – argentino alto più di due metri, tanto da fargli valere il soprannome di “gigante di Quilmes” in contrapposizione al “gigante di Sequals” Primo Carnera, che primeggiava in quegli anni e con cui Campolo avrebbe incrociato i guantoni due volte, nel 1931 e nel 1934, subendo altrettante sconfitte.

Con questo soprannome, intanto Jorge Luis Alcalde iniziò la sua carriera di centravanti allo Sport Boys, la squadra del suo paese natale, contribuendo, insieme ai fratelli e con i suoi gol, alla vittoria nei campionati 1935 e 1937.
Erano, questi, tornei molto diversi dagli attuali, vi partecipavano solo squadre della capitale, Lima, o della sua provincia, con numeri variabili: nel 1935 lo Sport Boys arrivò primo in un torneo che prevedeva cinque squadre, superò tutte le avversarie e Campolo Alcalde fu anche capocannoniere con cinque reti; nel 1937 Los Rosados primeggiarono in un torneo stavolta a dieci squadre e il Nostro contribuì con un bottino di sette reti.
Il primo successo, intanto, aveva acceso su Campolo anche l’interesse della nazionale peruviana.
Costituita solo nel 1927, la Blanquiroja sarebbe diventata con gli anni la quarta nazionale per importanza dopo Argentina, Brasile e Uruguay e, pur con soli sei incontri ufficiali disputati, partecipò alla prima edizione dei campionati del mondo, nel 1930 in Uruguay, eliminata al primo turno in un girone che comprendeva la Romania e la stessa Celeste, che poi avrebbe vinto la Coppa Rimet.

Nel 1936 erano in programma i Giochi Olimpici a Berlino, ed è noto come Adolf Hitler e i nazisti puntassero su quei Giochi per esaltare la razza ariana e la loro ideologia malata. Prepararono il tutto al meglio, nascondendo all’opinione pubblica mondiale molti di quei segnali che potevano rimarcare il loro antisemitismo e razzismo, puntavano soprattutto sul calcio, che già aveva una popolarità praticamente planetaria, per affermarsi.
La nazionale tedesca, però, era poca cosa, fu presto eliminata e tutto l’apparato rivolse le proprie attenzioni all’Austria affinché imponesse la supremazia ariana.
Nei quarti di finale del torneo si trovarono di fronte proprio Austria e Perù, l’iniziale doppio vantaggio degli europei sembrò far pensare a un facile passaggio del turno, ma gli andini erano una buona squadra, pareggiarono con la prima rete segnata proprio da Alcalde, poi nei supplementari si portarono sul quattro a due, ma qui avvenne il fattaccio, sotto forma di invasione di campo e sospensione della gara.
Le narrazioni sono controverse, difficile pensare che più di mille peruviani, secondo le cronache dell’epoca, avessero invaso il campo e aggredito gli austriaci, non era logico per il punteggio, ed è difficile anche solo immaginare ad addirittura mille sostenitori degli Incas presenti dall’altra parte del loro mondo. Più facile pensare a una manovra nazista per arrivare all’annullamento della gara e alla sua ripetizione, cosa che puntualmente capitò, ma la delegazione peruviana rifiutò di giocare e si ritirò, i giocatori accolti come trionfatori al ritorno in Patria, proprio a Callao.
Jorge Luis Alcalde era ormai un giocatore affermato che, sui campi, si distingueva oltre che per la struttura fisica, per le sue doti di tecnica e di eleganza, mantenendo sempre un atteggiamento sobrio ed efficace nei confronti con gli avversari, il tutto unito a grandi capacità nel gioco aereo, preferendo piazzare il pallone piuttosto che colpire di potenza.
L’apogeo della sua carriera Jorge Luis Campolo Alcalde lo raggiunse nel campionato sudamericano del 1939, che altro non era che la quindicesima edizione della Coppa America, competizione che è la più antica che ancora si organizza, risalendo la sua prima edizione al 1916, e che dal 1975 ha quest’ultima denominazione.

Dopo le edizioni del 1927 e del 1935 era la terza volta che la nazione andina ospitava la competizione, stavolta decisa a fare meglio delle precedenti in cui su era piazzata sempre terza, in un torneo il cui Albo d’Oro vedeva iscritti solo i nomi dell’Uruguay, vincente sette volte, dell’Argentina, cinque, e del Brasile due.
Proprio queste ultime due rinunciarono a partecipare perché si ritenevano superiori, per cui le altre concorrenti, oltre a Perù e Uruguay, furono Cile, Ecuador e Paraguay.
Nel girone all’italiana che si andò a disputare all’ultima partita decisiva per l’assegnazione del titolo arrivarono la Bicolor e la Celeste, la prima dopo aver vinto con Ecuador (5-2), Cile (3-1) e Paraguay (3-0), con Campolo che siglò complessivamente quattro reti in questi match, la seconda con altrettante vittorie.

Il giorno della gara decisiva, il 12 febbraio del 1939 allo Estadio Nacional di Lima furono quarantamila anime a spingere la Bicolor verso la vittoria, aperta da un gol di Alcalde e chiusa da uno di Victor Bielich, con la rete, inutile, per la Celeste di Roberto Porta.
Una vittoria che spezzava un’egemonia, come scritto sopra, anche la prima di un allenatore straniero, visto che il Perù era guidato dall’inglese Jack Greenwell.
Fu il punto massimo della carriera di Campolo Alcalde, cui non sarebbero mancate altre vittorie.
Quel trionfo gli valse il passaggio al River Plate in Argentina, nelle cui file per tre stagioni giocò a sostegno del quintetto offensivo dei biancorossi passato alla storia come La Maquina, contribuendo con diciotto reti alla conquista di due titoli argentini, nel 1941 e nel 1942.
Dopo il passaggio al Banfield e in Uruguay al Liverpool Montevideo, ritornò in Patria, al Deportivo Municipal poi all’Universitario, dove contribuì a vincere il titolo nel 1949, prima di chiudere il cerchio allo Sport Boys.
Qui accadde un’altra particolarità: Campolo era l’allenatore della squadra, fu retrocesso a vice dell’argentino Nelson Filpo, ma il cattivo andamento in campionato lo riportò non solo in panchina, ma addirittura in campo, contribuendo alla salvezza dei Rosados prima del suo definitivo ritiro.
Un attaccante dal talento eccezionale, efficace quanto tecnico ed elegante, un professionista esemplare che in carriera, ed è forse la sua eredità migliore, non fu mai ammonito né espulso.










