di Raffaele Ciccarelli
Il mondo degli allenatori di calcio è composto dai più svariati personaggi, che riescono a farsi ammirare o per essere protagonisti di grandi imprese sportive, o per avere lasciato più di una traccia con i loro atteggiamenti, con la loro filosofia. Probabilmente è proprio come tali che bisogna inquadrare questi ultimi, perché si sono creati un gioco magari non vincente ma spettacolare, come quello dei tempi di Eugenio Fascetti o di Zdenek Zeman, oppure hanno colpito l’immaginario collettivo proprio con il loro modo di essere allenatori. È il caso di Giovanni Galeone, che ci ha lasciato in queste ore. Galeone può essere additato ad esempio di quella categoria di allenatori filosofi anche per la signorilità dei modi, per l’antitesi, o forse vero e proprio ossimoro, di essere scapigliato senza essere scapigliato, ribelle nei concetti ma non nei modi. Era, per nascita, un uomo del Sud, nato a Napoli da una famiglia agiata, il padre ingegnere, e proprio per seguire la carriera del genitore la famiglia si trasferì a Trieste. Qui Galeone si divise tra studio e sport, a sua volta calcio e pallacanestro, scegliendo il primo due volte, la seconda quando lo preferì alla prosecuzione degli studi. La sua carriera si dipanò a partire dalla Ponziana di Trieste fino a compiersi a Udine, passando per Monza, Arezzo, anche una stagione ad Avellino, altre squadre minori fino al bianco e nero friulano, il suo primo punto di approdo calcistico, rispecchiando a centrocampo quella che era la sua indole se vogliamo cerebrale anche in campo. A Udine iniziò anche la sua carriera in panchina terminata l’attività agonistica, e sembrava essere solo un altro dei tanti mestieranti di bordo campo finché, dopo aver girovagato per Pordenone, Adriese, Cremonese, Sangiovannese, Grosseto, Spal, tutte tra Serie D e Serie C, ci fu l’approdo a Pescara. Questa può essere considerata la sua seconda patria sportiva, così come Udine lo era stata per la sua carriera di calciatore, con gli abruzzesi arrivò subito la vittoria del campionato cadetto, con la salvezza nella massima serie l’anno successivo, ma la retrocessione l’altro ancora. Nonostante questo, si era fatto notare sul grande palcoscenico calcistico con il suo 4-3-3 spesso spregiudicato, che però gli aveva permesso anche qualche risultato clamoroso nelle singole partite. La sua carriera continuò con altri alti e bassi, conquistando altre promozioni, ancora con il Pescara, anche con Udinese e Perugia, subendo pure numerosi esoneri, protagonista anche nella sfortunata stagione della retrocessione del Napoli, nel 1997/1988, con la sua avventura che durò solo dieci partite subentrando a Carletto Mazzone, e lasciando a Vincenzo Montefusco. Poco altro fino al suo ritiro definitivo nel 2007, diventando un punto di riferimento soprattutto di Massimiliano Allegri, che era stato un suo brillante giocatore al Pescara. Una carriera lunga e variegata, anticonformista senza essere sopra le righe, ricca anche di cultura e di quell’ironia che, probabilmente, fu un retaggio del suo nascere all’ombra del Vesuvio.










