di Raffaele Ciccarelli

Il calcio inglese, dandosi le prime regole, avendo l’onore, diretto o indiretto, di essersi diffuso nel mondo, vanta una serie di personaggi, aneddoti, fatti, partite, squadre che confluiscono a formare una fonte sterminata della sua stessa Storia.

Una storia che è poi tracimata dai confini britannici, “allagando” altre nazioni fino ad abbracciare l’intero mondo, e che continuerà a scriversi ogni volta che un pallone rotolerà su un campo di calcio, sia esso di terra battuta, di erba naturale o artificiale, quasi a costituire, questa stessa ripartizione, ulteriori capitoli della narrazione.

Questa lunga tradizione, questa primogenitura mondiale, ha fatto sì che il calcio in quanto tale fosse sempre prioritario, il rispetto per il gioco sempre al primo posto, al di là dei giochi di potere e della deriva affaristica.

Proprio questo rispetto, anzi, ha elevato in maniera esponenziale i guadagni, facendo della Premier League il campionato più ricco, e invidiato, del mondo.

Queste attuali caratteristiche del football britannico stridono, e non poco, con la storia e il vissuto del personaggio capitato alla nostra attenzione: Tom Finney, di professione idraulico, di talento ala, idolo e bandiera indiscussa del Preston North End.

Tom Finney with England 1950

Tante cose, per un uomo dall’aspetto gracile, che a malapena raggiungeva il metro e settanta di altezza, che però si trasformava in pura elettricità una volta indossati gli scarpini da gioco.

Egli a Preston, nel Lancashire, nacque e con i Lilywhites avrebbe trascorso tutta la sua carriera calcistica, fin da quando l’Holme Slack, la squadra nelle cui giovanili iniziò a giocare, passò sotto il controllo del Preston North End.

Questo, fondato nel 1863 come club del cricket, si aprì poi anche al rugby e al calcio, risultando tra i club fondatori della Football League.

Il calcio in Inghilterra aveva, infatti, visto la nascita prima della FA Cup fin dal 1871, ma il campionato si ebbe a partire dal 1888, e fu proprio il Preston North End ad aggiudicarsi le prime due edizioni, risultando perciò una squadra dall’illustre e glorioso passato.

Finney ne vestì in pianta stabile i colori a partire dall’immediato secondo dopoguerra, anche se era professionista dal 1940, ma poi arruolato durante gli eventi della seconda guerra mondiale.

Svariate sono le particolarità che ne hanno segnato e accompagnato la carriera, la più strana di tutte è che egli era un idraulico.

Nel mondo del calcio cui siamo abituati oggi, con i soldi che circolano, si fa fatica a pensare che in quegli anni occorreva esercitare un altro lavoro per arrotondare il poco che si guadagnava con il calcio, ma la realtà era proprio quella: Finney, su impulso del padre, imparò da giovane quel mestiere che avrebbe praticato anche quando divenne un idolo degli stadi inglesi.

Il suo ruolo in campo, che era quello di ala destra, lo portò presto a vivere un dualismo con il campione indiscusso dell’epoca in quel ruolo, Stanley Matthews.

Finney statue in Preston

Un dualismo, per la verità, creato soprattutto dai sostenitori dell’uno o dell’altro piuttosto che alimentato da una vera rivalità, tant’è che i due spesso sarebbero stati schierati insieme in nazionale.

Questo perché l’interpretazione del ruolo di Finney era molto divisiva: c’era chi si esaltava per i suoi dribbling e le sue giocate estrose, chi invece lo denigrava proprio per queste, ritenendole inutili, e anzi dannose, ai fini della fluidità del gioco.

La realtà era che Tom univa all’estro una notevole prolificità, che sarebbe rimasta intatta pur ricoprendo tutti e cinque i ruoli di attacco che prevedeva il sistema di gioco dell’epoca: i due sulle ali, i due da mezz’ala d’attacco, quello di centravanti, ricoperto efficacemente nonostante il fisico esile, a dimostrazione poi che nel calcio tante cose che oggi vengono spacciate per novità (esterno di piede opposto, falso centravanti, ecc.), in realtà sono già state ampiamente sperimentate in passato, che nulla si inventa nel mondo del pallone.

Nonostante questa sua duttilità offensiva, altra sua caratteristica è rappresentata dal suo palmares insolitamente vuoto, annoverando solo la vittoria nel campionato di Second Division nel 1951, che servì a riportare i Lilywhites in First Division dopo la retrocessione di due anni prima.

L’unico altro trofeo che avrebbe potuto vincere è la FA Cup del 1953, ma il Preston si arrese in finale al West Bromwich Albion con prova sottotono di Finney, probabilmente condizionato dalla maestosità e dai centomila di Wembley.

Fin da subito egli fu protagonista pure con la maglia della nazionale dei Tre Leoni, anche se a volte le sue prestazioni passavano in sordina, come ad esempio nell’amichevole di Torino, il 16 maggio del 1948, contro l’Italia, partita ricordata per il gol da fondo campo di Stan Mortensen piuttosto che per la sua doppietta nel quattro a zero finale.

Nel 1950 partecipava ai campionati del mondo in Brasile, prima volta dell’Inghilterra.

Gli inglesi, in parte per il loro superiority complex, molto per la polemica sul professionismo con la Fifa, avevano disertato le edizioni precedenti, e sarebbero stati sfortunati in quelle successive, pur schierando buone squadre.

Finney era in campo nelle tre gare al mondiale brasiliano, era tra i titolari il 29 giugno quando a Belo Horizonte gli Stati Uniti vinsero inopinatamente contro gli ormai ex Maestri inglesi.

Né andò meglio quattro anni dopo in Svizzera, dove Finney segnò, da centravanti, nella sconfitta ai quarti di finale contro l’Uruguay; di nuovo fuori al primo turno nel 1958 in Svezia, quando siglò la sua ultima rete in nazionale, su rigore, nel due a due contro l’Austria.

Pressappoco lo specchio della sua carriera, importante, quasi fondamentale nelle squadre in cui giocava, ma mai vincente.

Collezionò, alla fine settantasei Caps in nazionale, segnando trenta reti, un bottino di tutto rispetto che, sommate a quelle segnate per il Preston, arriva alla rispettabile cifra di quasi duecentocinquanta gol in carriera.

Dopo il ritiro dalla Nazionale nel 1958, rispettato da tutti Finney appese gli scarpini al chiodo due anni dopo, per dedicarsi al mestiere di idraulico, ma ci fu un’eccezione, e questa rappresenta un altro succoso aneddoto nella vita di questo personaggio.

Da ormai quasi dieci anni si disputavano le Coppe Europee, la più importante era già la Coppa dei Campioni, a cui, all’epoca, partecipavano solo le squadre che vincevano il loro campionato, e all’edizione del 1963/1964 si iscrisse il Lisburn Distillery, squadra nordirlandese di una cittadina, Lisburn appunto, a pochi chilometri da Belfast.

La stagione precedente questa aveva vinto il sesto, e ultimo, titolo della sua storia, cosa che le dette il diritto di partecipare alla Coppa dei Campioni, e l’abbinamento del primo turno era di quelli da far tremare i polsi, dovendo affrontare il Benfica, finalista l’anno prima, sconfitto dal Milan, e vincitore delle due edizioni precedenti.

Per dare un senso e un peso a questo loro prestigioso confronto i nordirlandesi pensarono proprio a Tom Finney per rinforzarsi, e questi accettò di partecipare alla sola partita d’andata.

Era, perciò, in campo il 25 settembre del 1963, a Belfast, nella gara d’andata contro i lusitani, fu tra i migliori in campo contribuendo al pareggio per tre a tre contro la squadra di Eusebio, già Pantera Nera del calcio europeo, poi al ritorno il Benfica vinse senza problemi cinque a zero, ma l’impresa dell’andata restava e uno dei protagonisti fu Finney, che poi disse veramente basta.

Nel 1998 la Regina Elisabetta lo insignì del titolo di Baronetto, egli continuò a Preston la sua vita semplice nella sua azienda di idraulica, morendo nel 2014, a novantun anni.

Mai espulso in carriera, diceva che se uno aveva la fortuna di giocare a calcio, doveva rispettare il calcio.

Un insegnamento che non dovrebbe essere mai dimenticato.

Tom Finney

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