I “figli di Bearzot” e i “ragazzi di Mancini” accomunati in un giorno che sarà
per sempre il giorno degli Azzurri.
di Raffaele Ciccarelli
La vita degli esseri umani, del mondo intero, sembra cadenzata su un calendario invisibile in cui determinate date assumono un’importanza particolare, perché segnano un evento, gioioso o doloroso, ma comunque indelebile e importante.
Date in cui sembrano darsi convegno tutte le necessità, tutti i bisogni, tutti i fatti, sedimentati nel tempo ma decisi a deflagrare in quell’unico momento fino a produrre l’evento, la cadenza circolare del tempo che inesorabilmente porta a quell’unico punto.
Un punto, oltre il quale nulla sarà come prima, in cui la Storia avrà impresso la sua orma indelebile e imperitura.
Un processo non immediato, istantaneo, che avviene come la produzione del lampo e del consequenziale tuono, ma un’opera di decantazione, un concatenarsi di piccoli eventi, minuscoli ingranaggi di un meccanismo generale che, muovendosi cronologicamente uno dopo l’altro, creano tutto il movimento.
Nel calcio, nel nostro calcio, il giorno “santificato”, quello che crea emozioni al ricordo in vecchi e, da poco, anche nuovi appassionati, è indubbiamente l’11 luglio che, in chi ha potuto essere testimone di entrambi i grandi successi azzurri legati a quella data, rievoca la nostalgica magia di quando si è stati ragazzi, vivendo quello spensierato periodo della propria vita chiamato adolescenza, accostando al primo ricordo la raggiunta maturità, il piacere del trionfo centellinato in un tripudio irripetibile di gioiose emozioni.
Era il 1982, non erano anni facili per l’Italia, in cui imperversava il terrorismo, la vita in generale sembrava dare poche speranze.

Occorreva un punto di riferimento, che non sembrava poter essere il calcio, la Nazionale.
Gli Azzurri, guidati da Enzo Bearzot, erano reduci dall’ottimo Mondiale disputato in Argentina nel 1978, con un quarto posto che aveva suscitato anche qualche rimpianto, ma poi lo scandalo del Calcioscommesse, nel 1980, aveva praticamente azzerato l’attacco scelto dal CT con le squalifiche, tra gli altri, di Bruno Giordano e Paolo Rossi, il gioco si era involuto ed erano cresciute la sfiducia e l’astio verso Bearzot, che nella lista dei convocati aveva inserito lo stesso Rossi, praticamente inattivo da due anni, escludendo giocatori in auge in quel momento, Roberto Pruzzo ed Evaristo Beccalossi, cosa che aveva creato ulteriori ostilità.
Nessuno credeva in quella squadra in partenza per la Spagna, il girone iniziale sembrò dare ragione a tutte le più nefaste previsioni: contro la Polonia fu un buon pareggio senza gol, ma i successivi con il Perù (1-1) e con il Camerun (1-1) fecero diventare le polemiche ancora più violente, veri attacchi personali ed extracalcistici che indussero i calciatori a indire il silenzio stampa, il primo della storia: nessuno parlava più con i giornalisti, il solo capitano, il taciturno Dino Zoff, avrebbe comunicato quotidianamente con loro.
Quei pareggi, oltre che a ribadire la scarsa condizione di Rossi, regolarmente sempre in campo, fecero sì anche che agli Azzurri si schiudesse il cammino più difficile possibile nella seconda fase: la formula di quel tempo, infatti, prevedeva un secondo girone eliminatorio a tre squadre e all’Italia toccò l’Argentina campione del mondo in carica con in più Diego Armando Maradona in campo, e il Brasile campione designato con il suo Futebol Bailado e i suoi tanti fuoriclasse.
Fu a quel punto che, come un’araba fenice, l’Italia risorse, prima superando l’Argentina (2-1) con le reti di Antonio Cabrini e di Marco Tardelli, poi con l’abbagliante esplosione di Paolo Rossi che, in successione, fece piangere l’intero Brasile con i suoi tre gol (3-2), seguiti poi dai due alla Polonia in semifinale (2-0) e da quello di apertura contro la Germania Ovest in finale, con il tripudio azzurro completato dalle reti di Tardelli e Alessandro Altobelli (3-1), per la gioia del Presidente Sandro Pertini e di una Nazione intera, che vedeva, attraverso le imprese di quella squadra, anche il modo di risorgere dai suoi tormenti sociali.
Bisogna fare un salto in avanti di quarant’anni per santificare definitivamente l’11 luglio come giornata dell’orgoglio Nazionale.
L’Italia calcistica stava vivendo il trauma sportivo dell’esclusione dalla fase finale di un Mondiale dopo l’unica volta del 1958, Russia 2018 ci avrebbe visto solo malinconici spettatori, l’opera di ricostruzione era stata affidata a Roberto Mancini, il primo obiettivo erano gli Europei itineranti del 2020, così voluti per celebrare il sessantesimo dalla prima edizione.
Mancini ridette entusiasmo all’ambiente costruendo una Nazionale giovane e dinamica, ma un nemico terribile si profilava all’orizzonte: l’umanità intera fu minacciata dalla pandemia da Covid-19 che scoppiò proprio all’inizio del 2020 e chiuse, in pratica, tutto il mondo.
La vita era sospesa, tutte le manifestazioni sportive rinviate, la ripresa fu lenta e l’Europeo fu spostato all’anno successivo.
Mancini approfittò di quel tempo per tenere unito il gruppo e motivarlo ancora di più, quando finalmente si poté scendere in campo, gli Azzurri superarono in scioltezza il girone vincendo con la Turchia (3-0), la Svizzera (3-0) e il Galles (1-0).
Le vere difficoltà per i ragazzi di Mancini iniziarono con la fase a eliminazione diretta, in cui si fece sentire la giovane età del gruppo, cosa che però non impedì di superare l’Austria agli ottavi dopo i tempi supplementari (2-1) con i gol di Federico Chiesa e Matteo Pessina, il Belgio ai quarti (2-1) con le reti di Nicolò Barella e Lorenzo Insigne.
In semifinale l’ostacolo, arduo, era rappresentato dalla Spagna di Luis Enrique, una delle due era attesa alla finale in programma allo “Wembley Stadium” di Londra, dove già qualificati erano i padroni di casa dell’Inghilterra, che a loro volta in semifinale avevano superato, ai rigori, la Danimarca (2-1).
La partita contro gli iberici viaggiò sul filo dell’equilibrio, al vantaggio di Chiesa rispose Alvaro Morata, la decisione finale fu lasciata ai tiri di rigore.
Qui sbagliarono subito Manuel Locatelli e Dani Olmo, poi al quarto rigore segnò Federico Bernardeschi, Gigio Donnarumma parò su Morata e Jorginho segnò il punto che valeva la finale.
L’11 luglio 2021 la voglia dei padroni di casa di iscrivere per la prima volta il loro nome nell’Albo d’Oro e vincere il secondo trofeo in assoluto della loro storia dopo il mondiale casalingo del 1966 si tramutò nell’immediato vantaggio di Luke Shaw dopo soli due minuti.
Un inizio che avrebbe potuto travolgere l’Italia, visto l’entusiasmo dell’intero ambiente, ma pian piano la squadra di Mancini iniziò a macinare gioco, a diventare padrona del campo sino al meritato pareggio, ancora di Chiesa.
Il punteggio non sarebbe cambiato più e la sentenza definitiva fu affidata ancora ai tiri di rigore, seconda finale decisa così nella storia dopo quella che nel 1976 vide trionfare la Cecoslovacchia e il “cucchiaio” di Antonin Panenka sulla Germania Ovest.
Al primo giro trasformano i loro tiri Mimmo Berardi e Harry Kane, ma al secondo Andrea Belotti si fa irretire da Jordan Pickford, mentre non sbaglia Harry Maguire; al terzo giro segna Leonardo Bonucci e colpisce il palo Marcus Rashford, poi diventa protagonista Donnarumma: per l’Italia segna Bernardeschi e sbaglia Jorginho, ma Jadon Sancho e Bukayo Saka si fanno letteralmente ipnotizzare dal portiere azzurro, che neutralizza entrambe le conclusioni.
Fu un altro tripudio, dopo cinquantatré anni l’Italia vinceva il suo secondo titolo europeo, suggellato dall’abbraccio in lacrime di Roberto Mancini e Luca Vialli, che purtroppo ci avrebbe lasciato di lì a poco.
Gioie che, come nella vita, hanno rappresentato momenti unici che, ogni 11 luglio, accomunano i tifosi, i “figli di Bearzot” e i “ragazzi di Mancini”, in un giorno che sarà per sempre il giorno degli Azzurri.










